Giulio Mozzi la felicità di fare un’autofiction

di Nicolò Menniti-Ippolito
In Vibrisse, il bollettino di letture e scritture che da anni cura in rete, Giulio Mozzi ha recentemente pubblicato un eptalogo per dimostrare che lui non è uno scrittore. Può sembrare paradossale, e in parte lo è, visto che ha scritto quasi una ventina di libri, e metà, più o meno, sono di narrativa ed altri riguardano comunque il mestiere di scrivere. Senza dimenticare, poi, che è stato uno dei primi a tenere i corsi di scrittura creativa, uno dei primi a scrivere in pubblico utilizzando la rete, insomma è uno che da vent’anni scrive di professione. Eppure nella sua affermazione qualcosa di vero c’è. Giulio Mozzi ha scritto solo quando ha voluto scrivere o forse quando ha potuto scrivere e per questo le sue opere narrative hanno un andamento temporale abbastanza strano: cinque raccolte di racconti in 8 anni, poi un lunghissimo silenzio, interrotto solo da una bella raccolta di brevi testi («Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili»), scritti peraltro, in origine, senza alcuna idea di pubblicazione.
Per questo assume un significato particolare, e molti se ne sono accorti, la pubblicazione di due libri del passato di Giulio Mozzi. L’anno scorso l’editore Laurana ha rimandato in libreria Il male naturale, forse il libro più contestato e criticato di Mozzi, originariamente uscito nel 1998. Quest’anno lo stesso editore ripubblica La felicità terrena, che nel 1996 valse allo scrittore padovano la finale del Premio Strega. La prima cosa che viene da dire, rileggendo questi racconti, è che si è di fronte ad un piccolo classico, ad un libro destinato a durare anche oltre i 16 anni dalla prima pubblicazione. Ci sono almeno quattro racconti che per ritmo, intensità, pulizia vanno annoverati tra il meglio della narrativa italiana di questi anni. Se si dovesse catalogare il modo di raccontare di Mozzi in questo libro, come anche nel primo, Questo è il giardino, si dovrebbe ricorrere alla categoria del minimalismo, che in quegli anni era anche di moda. Ma a ben vedere lo stile di Mozzi, per quanto spesso minuzioso ed attento ai minimi spostamenti, ha qualcosa che lo distingue dal minimalismo ed è la presenza in scena dello scrittore, che in alcuni casi è dichiarata ed in altri sottintesa. Come dire che Giulio Mozzi faceva della autofiction molto prima che diventasse una tendenza letteraria. Ma in realtà non è neppure così, perché l’esigenza di mettere in scena un personaggio di nome Giulio, o un io narrante anonimo ma che ha le caratteristiche di un Giulio, nasce in La felicità terrena dalla voglia di raccontare i personaggi senza sovrapporsi ad essi, ma instaurando un dialogo. Perché le loro vite, quelle dei personaggi ma probabilmente anche delle persone che stanno dietro ai personaggi, non contano di per sé, ma contano per il rapporto che instaurano col narratore, influenzando la sua vita. È come se le storie fossero qualcosa più che storie, perché entrano con forza dirompente nell’esistenza di chi scrive e quindi di chi legge. Sono racconti di dolore, spesso, ma il titolo non è traditore, perché è nella acce. ttazione del dolore, si dice in questo libro, che è racchiusa la felicità terrena.
Rispetto alla edizione Einaudi di 16 anni fa, questa volta la felicità terrena si presenta in minuscolo, ma non è l’unico cambiamento. È scomparso un racconto, “Migrazioni”, scritto a quattro mani con Marco Franzoso. Ma non potendo ripubblicarlo Giulio Mozzi ha deciso di completare la raccolta aggiungendo oltre ad una sua nota altri tre racconti, più o meno coevi. Uno “Verde e oro” era stato solo pubblicato sul “Manifesto”. Un altro, “Gilda T.” è invece inedito. Un terzo, pubblicato con l’eteronimo Carlo Dalcielo, già usato da Mozzi in un paio di libri, è una sorta di commento all’intero libro, e come tale è posto a chiusura.
Il libro, per certi versi, appare così più compatto, con un solo racconto, “Paperoga di notte” che volutamente stacca dalle atmosfere dominanti. Ma rileggendo la felicità terrena viene in mente anche Massimo Troisi. Quando giustificava il titolo Ricomincio da tre dicendo che, siccome il secondo film è il più difficile, era passato direttamente al terzo. Per Mozzi, invece, questo secondo libro rimane per molti versi insuperato.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








