Spirito libero, mai schierato divenne un perseguitato

di Aldo Comello
A 88 anni, colpito da un incidente domestico, se ne è andato il professor Sabino Samele Acquaviva, sociologo, che ha lasciato tracce profonde, culturali ed umane, nella storia del secolo scorso. Sabino, autore di oltre 50 libri, tra saggi e romanzi, alcuni di risonanza internazionale, tradotti in più lingue e di centinaia di articoli, pubblicati sulla stampa nazionale e locale dal . Corriere della Sera a il mattino di Padova, al Gazzettino, al Messaggero di Sant’Antonio, alla Padania, è stato uno spirito libero e questa libertà di espressione intellettuale, questa voglia di far sentire la propria voce, al di là degli schieramenti, senza mai cedere a pressioni di regime o di partito, ne ha fatto il capro espiatorio di critiche velenose, di fulminei tradimenti che lui, per certi versi naif, restio alla filosofia del complotto, non poteva concepire. Così è stato accusato di connivenza con le Brigate Rosse, di simpatie per Autonomia Operaia, di appoggio al movimento della Lega, mentre seguiva l’ispirazione di un federalismo che puntava ad un’Europa materna verso gli stati membri e politicamente coesa, sogni perseguiti con convinzione e alla fine abbandonati per l’immaturità dei tempi. Alla fine Acquaviva, per gran parte della sua vita lusingato per chiarezza di stile e spregiudicatezza di idee, è diventato un perseguitato, non in maniera palese, ma attraverso allusioni sottili e assediato da un crescente isolamento. Sabino era stato preside di Scienze Politiche nel periodo più burrascoso della storia dell’Ateneo padovano ed era entrato nella commissione della Rai in un momento di caotico groviglio dei poteri della comunicazione. Aveva in cantiere progetti di rinnovamento, idee che avrebbero rivoluzionato il sentire comune, restituendo alla politica un posto dignitoso. Se si fosse realizzato quello che aveva in mente oggi il Paese sarebbe più felice. Lui, per primo, aveva parlato di Pif, prodotto interno della felicità, contrapposto alla squisitamente economica dimensione del Pil. Ma che cosa voleva davvero Acquaviva? I suoi desideri traspaiono nell’ultimo libro, non ancora edito. Inseguiva il mito della sopravvivenza, non voleva essere dimenticato, si ribellava all’idea di finire ingoiato dall’eterno e dall’infinito, come era accaduto a quasi tutti i personaggi famosi incontrati nella sua vita: capi di Stato, filosofi, ribelli come Renato Curcio e Mara Cagol, allievi a Trento, dove era stato docente. Nel suo ultimo libro, racconto di una vita, intitolato “Il mio secolo”, l’autore fa brillare almeno due dei talenti previsti da Italio Calvino per la letteratura del terzo millennio: la leggerezza e la precisione. La prima intride la parte iniziale della storia. Sabino, ancora negli anni della fanciullezza, vive gli anni torbidi della Seconda guerra mondiale e poi le efferatezze della guerra civile. Attinge ad un suo sterminato diario e ad una carta topografica macerata dall’uso. I luoghi sono i Colli Euganei tra Montemerlo e l’abbazia di Praglia. Queste annotazioni infantili non sono un trucco letterario (vedi il manoscritto seicentesco che avrebbe ispirato i Promessi Sposi o quello trovato a Saragozza dal conte polacco Jan Potocki) ma il frutto di cronache, riflessioni, fantasie di un ragazzo all’avvicinarsi della guerra. Dentro queste annotazioni c’è l’intero bilancio di una vita che si arruffa e si appassiona man mano che il tempo sempre più sottile lascia intravvedere la fine dei giorni.
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