Amirante-Padova addio con rimpianti

Il giocatore dovrà operarsi di nuovo al ginocchio. E sperare
Di Francesco Cocchiglia

PADOVA. Mentre tutti si preparavano al cenone di Natale, su Salvatore Amirante si è abbattuta la “scure” più temuta. Giovedì 24 dicembre sono arrivate due notizie che probabilmente, in cuor suo, si aspettava, ma che non avrebbe mai voluto ricevere. La prima: dovrà operarsi di nuovo al ginocchio, per sistemare definitivamente quel legamento crociato che da anni lo tormenta. La seconda: il Padova, com’era prevedibile, non potrà più contare su di lui. La risoluzione consensuale del contratto che legava l’attaccante ligure ai biancoscudati è arrivata proprio alla vigilia di Natale, con un comunicato ufficiale diramato in serata dalla società di viale Nereo Rocco.

«Sinceramente me l’aspettavo», confessa il giocatore da Genova, dove sta trascorrendo queste festività, «ed è puntualmente successo ciò che temevo. Quando a giugno il Padova mi ha proposto di rimanere, dopo la promozione, ero d’accordo che, se il ginocchio non fosse guarito del tutto, mi sarei fatto da parte. Così è stato, anche se a malincuore».

La mattina del 24 aveva un consulto a Verona, da uno specialista. Cosa è emerso?

«Mi sono fatto visitare dal professor Zorzi, ed è stato davvero un brutto Natale perché, oltre all’addio al Padova, ho saputo che mi devo operare di nuovo. Lo specialista mi ha detto che con un crociato così non posso giocare: nemmeno lui si è spiegato come abbia potuto scendere in campo per tutta la scorsa stagione con un legamento del genere. A gennaio, il prima possibile, tornerò a Verona e andrò sotto i ferri. Quindi rimarrò a Genova fino a che non sarò pronto per tornare a giocare».

Non si rassegna, quindi?

«Io devo riuscirci, devo tornare a tutti i costi a giocare, perché il calcio è la mia vita e lasciarlo è impossibile. Tanto più a soli 31 anni».

La sua esperienza a Padova si è conclusa dopo un anno. Bilancio?

«Un’esperienza stupenda, nella quale sono tornato a sentirmi giocatore. Alla Lavagnese i miei gol li facevo, ma è giocando all’Euganeo, davanti ad una tifoseria che ti segue ovunque, che ti senti davvero importante. Non c’entrano i soldi o tutte le “cagate” (testuale, ndr) che si credono: la cosa più bella è segnare un gol, e sentire l’emozione che sale con l’esplosione dello stadio e del calore della gente. Per questo non dimenticherò Padova».

Ha un rimpianto particolare?

«Quella famosa serata di Pavia, quando dovevo entrare ma fui fermato sul più bello. Il rimpianto maggiore è non essere riuscito a fare centro in Lega Pro, una rete da dedicare a chi credeva in me, come il presidente Bergamin e il direttore De Poli, e magari anche a chi in società, già a giugno scorso, non mi avrebbe voluto tenere».

Il momento più bello?

«A Legnago non c’ero, erano già cominciati i problemi al ginocchio. Quindi direi l’esordio con l’Union Ripa, la prima doppietta all’Euganeo, un momento che non dimenticherò mai. Ma anche la partita di Belluno: quella, sì, fu veramente “mia”».

I tifosi su internet hanno scritto: "Guarisca, e poi torni qui".

«Eh, magari! Tornerei di corsa. Auguro al Padova di salire il prima possibile, perché questa gente non merita la Serie C. È stato un anno fantastico, e non smetterò mai di ringraziare tutte le persone che ho incontrato. Probabilmente non ci giocherò più, ma a Padova tornerò di sicuro: i tifosi mi hanno invitato a vedere una partita dalla Tribuna Fattori, non mancherò di certo».

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