Il Caffè Pedrocchi: la bellezza tradita
Ecco come il monumento civile di Padova, simbolo ottocentesco europeo, è ridotto a vetrina senza progetto

“È a Padova che ho cominciato a vedere la vita alla maniera veneziana, con le donne sedute nei Caffè. L’eccellente ristoratore Pedrocchi, il migliore d’Italia”. Segue una nota ulteriore: “quasi uguale a quelli di Parigi”. Concessione clamorosa, per un francese. Si chiamava Henry Beyle chi scriveva questi appunti di viaggio, passato alla storia come Stendhal. Ma scriverebbe mai righe simili oggi, mutatis mutandis, uno dei principi della letteratura europea dell’800? E Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse, George Sand, Giuseppe Prezzolini, Alfred de Musset che nel Caffè aperto nel 1831 da Antonio Pedrocchi ebbero mèta imprescindibile, che direbbero? Téophile Gauthier sosteneva che “nulla vi è di più monumentalmente classico… ci si meraviglia di non scorgere una cattedra al posto della cassa, con un professore in toga al posto del caffettiere”. Direbbe ancora così Gauthier dinanzi all’indegno bazar che in uno dei caffè storici per eccellenza in Europa è stato impiantato?
Dobbiamo soffermarci un istante, in questa mesta vicenda di pubblico interesse, a considerare un aspetto di sostanziale importanza. Domenico Cappellato Pedrocchi, erede del geniale fondatore, nel testamento datato 10 giugno 1891 lasciava lo Stabilimento ai “concittadini, rappresentati dal Comune di Padova”. E il documento continua come segue: «Faccio obbligo solenne e imperituro al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia».
Lo Stabilimento, autentico capolavoro dell’architettura europea di mano di un maestro quale Giuseppe Jappelli, che ne ha curato un “progetto totale”, includendo arredi, mobilio, apparati decorativi, è letteralmente impestato di ciarpame. Come altrimenti definire il proliferare di vetrinette a fini di promozione commerciale, zeppe di scarpe e creme estetiche, di maglioncini e dolciumi, di occhiali e articoli da barbiere, di tazze e paccottiglia varia? Come è possibile avvicinare i divani disegnati da Jappelli – degni di rientrare nella storia del design europeo e infatti presenti in vari musei – a un divanetto in falso vimini? Come è immaginabile che un posticcio registratore di cassa con relativo mobiletto Ikea sia sistemato entro un riparo costruito con due assi di legno truciolare? Come è tollerabile che una vetrina per conservare i vini sia collocata nella monumentale sala Rossa? Come è venuto a mente di piazzare in mezzo alla sala Rossa un appendiabiti a rotelle valido arnese in un retrobottega?
A chi è saltato in testa di appendere alle pareti un quadretto con l’invito a una festa celebrata al Pedrocchi, come mille altre ve ne furono, “dono del notaio Zamboni di Verona”? E che ci sta a fare in sala Rossa un busto in terracotta di Bartolomeo Cristofori, cui risale l’invenzione del pianoforte? E a proposito di pianoforti, il piano mezzacoda non è quanto mai ingombrante collocato in mezzo alla sala Rossa dove mai ve ne fu uno? E a proposito di oggetti ingombranti, il gigantesco tavolo in metallo lucido a metà della sala Bianca e così pure nella sala Ottagona non è tanto invasivo da impedire il passaggio? Che dire dello scaffaletto Ikea dietro al bancone monumentale, a metà tra i pannelli con “L’aurora” e “La notte” eseguiti sui modelli originali di Bertel Thorvaldsen? I turisti vanno a Copenaghen, al museo interamente dedicato al grande scultore danese rivale di Canova, per vedere i due pannelli. E noi li annulliamo, non comprendiamo più che i due riquadri alludono – e non per nulla sono posti accanto al grande orologio – allo scorrere del tempo e al fatto che il Caffè nella conduzione dell’imprenditore Pedrocchi non conosceva orari di chiusura.

Lo sconcertante campionario di mediocrità sciorinate nelle sale storiche del piano terreno comprende televisori ogni dove (anche dentro al caminetto della sala Verde per simulare un fuoco ardente), carrelli con ruote, defibrillatori con relativo stand, poltrone dorate Luigi XVI rigorosamente false, cassettiere in melaminico rigorosamente Ikea, tavolini in metallo grigliato e lampade riscaldanti, ripiani in resina, supporti in acciaio e relative fettucce da aeroporto, avvisi anti-incendio in cartelline di plastica appiccicate alle porte in cristallo, vasi dorati formato mega con supporti in tinta dorati, vetrine frigo, lampade improbabili, ripiani dei tavoli storici in compensato, nastro adesivo satinato a marcare i margini delle porte in cristallo, porta vasi con legni intrecciati ottimi per una veranda rustica. Ci sono anche due imperdibili funghi di riscaldamento, collocati all’ingresso della pasticceria. E l’elenco potrebbe assai a lungo procedere.

Qualora vi avventuraste nella visita delle sale del piano nobile, dopo il vestibolo in testa allo scalone monumentale, vi imbattereste nella sala Etrusca. Trovereste la decorazione delle pareti a olio, attribuita a Giovanni De Min, e i quattro rocchi di colonna dipinti appunto con motivi che richiamano alla cultura etrusca, “in dialogo” con una scrivania di legno, un computer, una stampante, un paio di poltroncine a rotelle. L’attuale gestore ha pensato bene di allestire un ufficio, là dentro. Ma le sale del piano nobile non costituiscono uno spazio museale? Jappelli le concepì come un ideale compendio della storia mediterranea, tenendo insieme in un ciclo di spazi affrescati e attrezzati di pietre lavorate, l’opera prestata da un team di cui facevano parte, oltre a De Min, anche Ippolito Caffi, Pietro Paoletti, Vincenzo Gazzotto, Antonio Gradenigo, Giuseppe Petrelli. Inaugurate nel 1842, le sale sono intitolate all’età etrusca, greca, romana, ercolana, medievale, rinascimentale, barocca, napoleonica (altrimenti detta Rossini), egizia, moresca. Costituiscono un unicum, nient’affatto valorizzato come tale da un proprietario e da un gestore accomunati dall’insipienza.

Del resto, appena una manciata di anni fa, “grazie” alla sempre sapiente gestione dello Stabilimento per le sale del piano nobile il bollettino di guerra dichiarava graffiti sugli affreschi, mensole divelte, decorazioni sottratte da qualche visitatore intemperante e via dicendo. E al piano terreno tubi al neon colorati illuminavano le sale Verde, Rossa e Bianca, elegantemente secondo le cromie delle sale come ovvio. Secondo le intenzioni di Jappelli, fra le due logge settentrionali, doveva essere posizionata una statua di Ebe di Antonio Canova, con funzioni di fontana, che però non fu mai realizzata per questioni di carattere economico e tecnico legate all’approvvigionamento in continuo dell’acqua. In compenso, nello spazio antistante allo Stabilimento fanno oggi regolarmente bella mostra di sé automobili in promozione. L’area compresa fra le due logge settentrionali è segnata da una serie di vasi in simil marmo, passatoie, cartelloni pubblicitari.
Il progetto dello Stabilimento è l’esito dell’incontro tra un imprenditore visionario come Antonio Pedrocchi e un architetto di standing europeo quale Giuseppe Jappelli. Risale a loro la concezione degli spazi, al loro genio la configurazione di una “macchina” che è insieme esercizio estetico e oggetto d’impresa. A loro risale dunque l’idea dell’enfilade delle sale Verde, Rossa e Bianca, intese come un percorso unitario benché segmentato in tre vani con funzioni e significati propri. Invece, la percezione dell’enfilade è oggi vietata dal gestore, che impedisce l’accesso dalle logge e veicola il flusso del pubblico attraverso quello che sempre è stato un passaggio di mero servizio, angusto e modesto. Significa non comprendere il progetto di Jappelli e Pedrocchi, implica la riduzione del Pedrocchi entro spazi segnati dal disordine concettuale e pratico. Non è in questione la gentilezza e la premura che i camerieri e il personale quotidianamente praticano, ma un’idea di gestione all’altezza della sfida di Antonio Pedrocchi e del suo Stabilimento.
Vetrinette commerciali tra arredi storici, scaffali Ikea sotto i pannelli di Thorvaldsen, televisori nei caminetti, appendiabiti a rotelle nelle sale storiche: l’amaro deperimento di un’eredità architettonica unica
Di Antonio Pedrocchi (1776-1852), il massimo biografo Andrea Cittadella Vigodarzere scrive che “in lui c’era una tale magnitudine di idee che maggiore non si può desiderarle in un principe”. Difficile assai, dunque, stargli dietro. Tant’è che nelle vicende storiche dello Stabilimento in più fasi è emersa una crisi rispetto alla qualità del gestore pro tempore.
Una delibera di Giunta comunale datata 16 novembre 1915 rivela che il Caffè “malgrado i recenti lavori di restauro è lontano da trovarsi in quelle condizioni di decoro volute dal testatore” Domenico Cappellato Pedrocchi e quindi viene decisa una “speciale sorveglianza a rialzarne il prestigio mediante l’opera di una speciale commissione la quale dovrebbe vigilare l’andamento del Caffè Pedrocchi, sia per mantenere il locale e il mobilio in condizioni decorose”, sia per assicurare il rispetto del contratto da parte dei locatori. Idea forse da riprendere, quella di una “speciale commissione”, posto che l’attuale Giunta comunale – che amministra il bene in conto ai cittadini padovani e italiani – non pare affatto consapevole della responsabilità che ha in capo.

Il tema della vigilanza e della consapevolezza del proprietario, ce l’ha dimostrato nei fatti Pedrocchi agli albori di questa vicenda: è di capitale importanza. Ma vi sono tanti buoni esempi cui ispirarsi anche nel nostro presente. Basti guardare, per citarne solo alcuni, alla gestione del Caffè San Marco a Trieste (in mano a Alexandros Delithanassis, con annessa libreria), al Caffè Quadri in piazza San Marco a Venezia (con annesso eccellente ristorante Alajmo), al Caffè Illy all’ottocentesco padiglione Kaffeehaus a Venezia entro i Giardini napoleonici magnificamente restaurati da Assicurazioni Generali, o ancora a marchio Illy il Caffè ristorante attrezzato negli orti del Redentore recuperati e curati con gesto di vero mecenatismo dalla Venice Garden Foundation. I buoni esempi, antidoto alla trasandatezza e alla mediocrità, non mancano.
Un buon esempio richiama alla Giunta comunale padovana in carica fra 1995 e 2000, che commissionò all’architetto milanese Umberto Riva, coadiuvato da Marisa Macchietto, di redigere un radicale progetto di restauro e di eliminazione delle incrostazioni incongrue aggiuntesi nel tempo. Un restauro efficace, di sobria eleganza, di fondamentale importanza e che, a quasi 30 anni di distanza, richiede una ripresa culturalmente salda e avvertita. I denari non mancano, poiché ormai quattro anni fa Alessandro Banzato – acciaierie padovano fra l’altro azionista del giornale che state leggendo – ha garantito gli 820mila euro stimati necessari all’intervento. Intervento di cui si sono perse le tracce nei tortuosi meandri delle procedure, delle autorizzazioni, dei bizantinismi amministrativi. Una nebbia che non rende onore al Pedrocchi, anzi contribuisce al suo offuscamento. Chissà se qualcuno s’è accorto che uno dei due planisferi ideati voluti da Jappelli in sala Rossa si sta letteralmente sbriciolando.
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