Troppi negozi cinesi, a Padova adesso c'è "Colso del Popolo"

Dalla stazione ferroviaria a via Trieste in 600 metri su 42 attività commerciali 16 sono gestite da immigrati dal Paese della Grande Muraglia e due comunque da orientali. Molte altre lungo le strade lateriali. Singolare e provocatoria iniziativa del comitato Sos Padova, che ribattezzata una delle arterie principali della città
CARRAI - PROTESTA MERIDI CARRAI - PROTESTA MERIDI
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PADOVA. In corso del Popolo, nei 600 metri che uniscono via Trieste e la stazione ferroviaria, le attività commerciali sono 42. Di queste, 16 sono cinesi e altre due orientali in procinto di aprire. Se poi si contano anche le vie laterali, via Tommaseo e via Foscolo, le botteghe gestite dagli occhi a mandorla sono destinate a lievitare.

Ieri mattina il comitato Sos Padova ha affisso, provocatoriamente, uno striscione che ribattezza il corso «Colso del Popolo Cinese». Maurizio Meridi, portavoce del comitato, spiega: «Non abbiamo nulla contro il commercio cinese. Semmai siamo indispettiti con i proprietari dei negozi che pur di guadagnare fingono di non accorgersi che stanno creando un ghetto».

Corso del Popolo è serrato tra parrucchieri che chiedono 8 euro per una piega e vendono abbigliamento a 3 euro, frequentato soprattutto da famiglie italiane. Poi ci sono gli storici, per lo più bar e ristoranti: qualcuno nel menu inserisce pure un’improbabile piadina romagnola. Da ultimo cominciano a farsi strada anche attività alle quali si è meno abituati, come una gioielleria e un’agenzia di viaggi. Il resto sono riparazioni di cellulari e computer, e centri massaggi. Gli affari sembrano andare a gonfie vele. Altre due attività sono pronte all’inaugurazione: l’ennesimo store di abbigliamento all’angolo con piazza De Gasperi e un negozio di prodotti per parrucchieri qualche vetrina dopo.

Eppure, a ben guardare, qualche sbavatura si coglie. In via Foscolo il bar cinese è chiuso da 20 giorni (resterà sigillato fino al 31), mentre il market ha riaperto ieri dopo tre giorni di serrata. In entrambi i casi la chiusura ha fatto seguito ad una visita delle forze dell’ordine e dei Nas. «In questa situazione – aggiunge Meridi - una grossa responsabilità è dell’amministrazione. E’ vero che c’è la libera concorrenza e le licenze non possono essere pilotate, ma è altrettanto vero che palazzo Moroni dovrebbe occuparsi di più dei suoi territori: qui abbiamo bisogno di panetterie e «casoin», basta bar e vestiti. I prezzi bassissimi distruggono la concorrenza e legittimano alcuni dubbi: troppe volte abbiamo scoperto che prodotti cinesi erano nocivi e dietro nascondevano lavoro sommerso, anche minorile».

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