Fare la differenza, contro l’esodo dalla cristianità

Padre Ugo Sartorio analizza le difficoltà della testimoniamza del credente: lievito o frumento?

di Francesco Jori

Essere lievito o frumento? L’interrogativo di fondo che accompagna il cristianesimo fin dalle origini ha oggi una risposta scontata: passato da minoranza oppressa a maggioranza dominante, deve adesso misurarsi con una sorta di terza via, che è il dover far fronte a una sostanziale indifferenza del mondo esterno, ma anche interna alla stessa comunità dei credenti. Per cui la risposta va data su un altro piano, ed è quello che fa Ugo Sartorio nel suo libro Fare la differenza - un cristianesimo per la vita buona (Cittadella editrice, 254 pagine, € 15,80): «La questione di fondo è come il cristianesimo intenda stare all’interno del mondo contemporaneo dopo che si è completamente realizzato l’esodo dalla cristianità». Francescano conventuale, teologo, Sartorio da sei anni dirige il “Messaggero di Sant’Antonio”; dunque al lato teorico abbina quello pratico derivantegli dal contatto con una platea di lettori che si interrogano (e lo interrogano, nella vivace rubrica delle lettere) sul modo e sulle difficoltà di essere cristiani a tempo pieno, in un mondo di «uomini che non hanno più antenne per Dio», per usare una felice immagine del libro.

La questione affrontata dall’autore è davvero centrale. Perché è vero che il cristianesimo ha dovuto e saputo adeguare il suo linguaggio nei secoli alle mutevoli e spesso sanguinose vicende della storia, con una fede sottoposta a dure prove e comunque debole fin dall’inizio (le parole del Cristo: «se aveste fede quanto un granello di senape…»; «gente di poca fede»). Ma oggi più che mai la sfida è improba, in un mondo in cui, come rileva Sartorio, «sono scosse le fondamenta stesse della fiducia in valori stabili e durevoli, e conseguentemente anche la fede (qualsiasi fede o credenza che dir si voglia) si trova ad avere il fiato corto, a soffrire una mancanza pratica di punti d’appoggio». E tuttavia, proprio in tempi come questi suona attuale il forte richiamo di San Paolo alla “spes contra spem”, la capacità di tener viva la speranza anche e soprattutto quando la speranza sembra venire negata. Tutt’altro che un’utopia: dopo Auschwitz non sarà più possibile la poesia, scriveva Adorno. Invece la poesia ha saputo tornare a cantare la vita.

Una vita buona, è lo scenario prospettato nel libro di Sartorio. Come contribuire da cristiani a realizzarla? Facendo la differenza, è la sua risposta: che non significa essere differenti, i primi sul banco del tempio, ma ripensare il Vangelo alla luce delle urgenze del presente. Con un linguaggio che sappia parlare a tutti gli uomini, con un annuncio capace di cambiare la vita. E che non può prescindere da quanto suggeriva padre Turoldo, partendo dalla parabola del buon samaritano: «L’uomo, chiunque esso sia, quando è braccato e rapinato, e spogliato, e lasciato pieno di ferite, mezzo morto ai margini di una strada, ecco, è sempre lo stesso uomo che agonizza sulla strada di Gerico. E’ uno da salvare, comunque e dovunque».

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