"Mare chiuso", giù il velo da quel monte di bugie

PADOVA. Si intitola “Mare chiuso” il nuovo documentario firmato dal regista padovano Andrea Segre insieme a Stefano Liberti: un film che arricchisce la riflessione di Segre sull’immigrazione di un nuovo capitolo. Forse il più scomodo, perché denuncia apertamente le responsabilità dell’Italia all’indomani degli accordi firmati con la Libia per il respingimento dei clandestini. Una condotta definita illegittima da una recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo.
«Non avrei voluto arrivare a tanto - confida Segre - ma non potevo accettare l’istituzionalizzazione della violenza ed il coinvolgimento dell’esercito italiano nell’attuazione di quella politica demagogica e razzista che gode ancora di un ampio consenso popolare. Ho voluto denunciare proprio quel consenso che, ancora oggi, permette alla maggioranza parlamentare di bollare come “maestrini” i giudici di Strasburgo, o che fa dire a Maroni che la Lega ha guadagnato tanti voti sul razzismo. Un consenso alimentato anche dalla timidezza disarmante della sinistra e dal suo silenzio insopportabile».
«E’ almeno dagli anni Novanta - continua il regista - che l’humus culturale gira intorno alla parola d’ordine “Dobbiamo fermarli”: ora però i diritti fondamentali dell’uomo sono calpestati direttamente dallo Stato».
In “Mare chiuso” lo sguardo del regista abbandona la laguna di Venezia e sfocia nel mare: la lirica di “Io sono Li” lascia il posto alle testimonianze dei profughi etiopi, somali ed eritrei in fuga dalla guerra, eppure respinti dalle navi militari italiane, senza nessuna distinzione. Si calcola che tra il mese di maggio del 2009 e il mese di settembre del 2010, migliaia di migranti africani siano stati ricacciati a Tripoli, dove avrebbero subito ogni tipo di violenza.
Un atto di accusa circostanziato, suffragato dalle testimonianze dei protagonisti, rifugiati nel campo di Shousha in Tunisia, e dalle riprese furtive di un telefonino, sfuggito alle perquisizioni della polizia libica.
Le suppliche non sono servite, denunciano i profughi nei loro racconti. I militari italiani hanno fatto finta di non capire, sostenuti dalle dichiarazioni ufficiali di Gheddafi e Berlusconi, che hanno, rispettivamente, negato e irriso l’odissea dei migranti.
«Gli africani non hanno diritto all’asilo politico. Dicono solo bugie», dichiarava il rais. «I migranti africani possono facilmente adire l’agenzia delle Nazioni Unite in Libia e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia»,assicurava Berlusconi.
Le immagini del film, però, parlano di padri costretti ad abbandonare la propria famiglia in Italia, di anziani rinchiusi in carcere, di centinaia di profughi morti annegati. L’abbraccio finale di Semere, un giovane eritreo, alla figlia “ritrovata” non basta a sciogliere il senso di ingiustizia.
«Semere lo abbiamo conosciuto in Tunisia e con il nostro aiuto lo abbiamo portato in Italia - svela Andrea Segre - Abbiamo voluto immortalare il momento in cui Semere si scopre padre all’aeroporto di Roma». E’ la sequenza più toccante di un istant movie efficace e diretto che, nelle prossime settimane sbarcherà, insieme al suo autore, a Padova (domani 16 marzo, cinema Astra), a Treviso (19 marzo, Edera) e a Mestre (21 marzo, Dante).
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