LE MICROSTORIE / Conosciuto in chat: gentile, noiosetto e con la sorpresa

PADOVA. Di fresca separazione, per metà affranta e per l'altra metà accarezzata da euforica vaghezza di libertà, finalmente. Dopo gli anni dolenti di quando il legame di coppia diventa un nodo scorsoio a due piazze e basta uno starnuto dell'uno per soffocare l'altro. Lei 45 anni, donna piacente assai, abita in città con i suoi figli adolescenti, e lavora con buona posizione in una struttura pubblica. Carattere cordiale e naturale bon ton,magari un pelo bacchettona; elegante con sobria leggiadria, per nulla preda di quei giovanilismi estetici che gridano mestizia prima che vendetta, è una che si piace e piace, anche se finge di non accorgersene. In generale, e agli uomini in particolare. Questo per dire che, volendo rendere manifesta la sua nuova energia, le sarebbe bastato un timido cenno per avere di che scegliere. Macché. Vuoi per ritrosia moraleggiante a palesarsi e vuoi per quelle colleghe scatenate e ciarliere che vivono ancorate al mondo in rete e con quello si fanno tutto, dai fidanzati al minestrone, ci è cascata come un tordo. Proprio lei. Ma dai, lo fanno tutti, prova, conosci un sacco di uomini, tanto non c'è impegno, vi scrivete, chiacchierate, se ti piace lo incontri, sennò avanti il prossimo. Col computer ci sa fare, la nostra, e così, una sera, la curiosità poté più della vergogna. E vai con una di quelle chat di incontri che vanno per la maggiore. Dopo un ebetario maschile concentrato, che dal vivo ci metti sette vite per collezionarlo, quando sta per spegnere il computer, arriva Lui. Non che sia la testa di Umberto Eco nel corpo di Brad Pitt, ma insomma, 58 anni, educato, lineamenti regolari tendenti al belloccio, buona cultura anche troppo: e vai con l'excursus letterario da Petrarca a Javier Marias, con la passione per i documentari uzbeki, per i film muti, in bianco e nero, in lingua originale senza sottotitoli, in presa diretta e guai se finiscono bene; con la poesia sub sahariana e con l'influenza dell'arte del Gandhara sull'ellenismo. Insomma, un tripudio. Un tantino noiosetto magari, ma buttalo via 'sto scrigno di sapere. I due passano serate a chattare, lei prende valium per stare sveglia ma, chissà perché, accetta quando lui le chiede un incontro verticale, spiegandole che si diceva così quando prima della chat c'era il baracco (radioamatori).
Si scambiano i numeri dei cellulari e si incontrano tre volte al Pedrocchi: lei condannata dal bon ton (poveretto, è tanto gentile) non rifiuta il secondo e terzo caffè anche se la certezza è granitica: basta così grazie, ché mica voglio un toy-boy ma questo farebbe due palle anche a mia nonna. Lui al contrario manifesta un educato interesse. Pazienza. La nostra non si fa più trovare, né risponde ai cortesi sms. Fino a che una mattina, mentre è circondata dalle colleghe alle quali ha raccontato l'incontro, le arriva un altro sms: è ancora lui, comunica. Quelle: dai leggi. E la sventurata legge, anzi guarda. Perché sotto gli occhi, a scatti, le si va componendo un'immagine, all'inizio criptica poi di colpo drammaticamente nitida. Un pergolone che riempie tutto lo schermo del cellulare, nudo, crudo e molto vigile, con mano a circondarlo manco fosse un mazzetto di mimose. Già, perchè è l'8 marzo. Con sotto scritto: ti sto pensando, vedi? Alla faccia del pensiero, dell'arte del Gandhara e dei documentari uzbeki. Le colleghe si lasciano andare a uno sconquasso di risate mentre la nostra sprofonda giù, oltre lo strato romano, oltre quello paleoveneto, fino all'uomo dell'olocene, che quello almeno di sicuro il cellulare non ce l'ha.
Alberta Pierobon
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