Zaia: «Don Marco, lei mi ha stupito con tanta cattiveria»

Una replica durissima: «Se sua madre fosse stata violentata e poi uccisa lei avrebbe trovato attenuanti al killer?»

PADOVA. Caro don Marco,

conosco e apprezzo il suo impegno per i giovani e per quelli che, un po’ frettolosamente, vengono definiti “gli ultimi”. Per questo sono rimasto stupito per un intervento tanto bilioso, che male si adatta me lo lasci dire, a un sacerdote, tanto più che i suoi giudizi così sprezzanti si rivolgono a una persona che lei non conosce, e di cui, con ogni evidenza, poco sa e dal punto di vista umano e dal punto di vista culturale. Insomma, quanta cattiveria inutile da un uomo di chiesa.

A me pare che la questione di cui si sta discutendo sia semplice e gliela ripropongo tale e quale: se sua madre fosse stata rapita, stuprata e assassinata, Lei avrebbe trovato attenuanti al rapitore, stupratore e assassino di sua madre?

Sono certo che, qualsiasi siano le radici religiose e culturali alle quali ci teniamo avvinti, è solo nei cavilli della legge che si possono reperire, come in questo caso, i motivi di assoluzione. La Giustizia, che è cosa assai diversa dalla legge, esige una risposta chiara: quell’uomo è colpevole, e lo è senza attenuanti, perché il suo gesto è stato compiuto in pienezza di coscienza e con premeditazione. Giusta è solo una risposta che sappia prendere le parti di Abele: anche nella Bibbia è chiaro chi è l’assassino. E Abele non ha colpe. Colpa, o per lo meno responsabilità, la porta chi permette che Caino torni libero. E magari uccida ancora.

Caro don Marco, contrariamente ai discepoli di Emmaus, la cui limpidezza di sguardo fa da titolo alla sua rubrica, Lei scrive che ho voluto cavalcare una pagina triste di storia per farmi bello davanti al popolo. Commette due errori: innanzitutto quello di pensare a me, e non ci siamo mai né visti né conosciuti, in termini così perentori e offensivi. In secondo luogo, immaginando che io mi comporti strumentalmente quando invece cerco sempre di interpretare la volontà del popolo che mi ha eletto. Popolo che, Le ricordo, rimane sempre il sovrano delle azioni pubbliche.

Caro don Marco, Lei è davvero in errore, perché se appena si fosse preso la briga di studiare ciò che da sempre fa da riferimento culturale, politico e personale della mia biografia, saprebbe che sono distante anni luce da certe ipocrisie, così come sono a mio agio solo quando so di interpretare il sentimento autentico del popolo a cui sono orgoglioso di appartenere. Se la sarebbe davvero potuta evitare, questa polemica se, come me, avesse vissuto fin dall'inizio la tragedia di Federica. Avrebbe per esempio scoperto che, fin da Ministro dell’Agricoltura, me ne ero occupato coinvolgendo la rappresentanza diplomatica italiana in Spagna. Altro che strumentalizzazione.

Se avesse letto quel che ho scritto commentando una sentenza che ritengo ingiusta, saprebbe che ho manifestato rispetto per una legge, quella spagnola, che ha cancellato l’ergastolo. Ciò, però, non significa che bisogna accettare ogni legge, subendone senza discutere le sue conseguenze. Mi colpisce che nella sua polemica si sia dimenticato di citare i genitori di Federica: evidentemente la sua sensibilità è così offuscata dal comprendere le ragioni di Caino, che non c’è più spazio nel suo cuore per chi, ogni giorno, piange il ricordo della figlia barbaramente trucidata.

Facciamo così: celebri una messa nella sua parrocchia in memoria di questa povera ragazza e, davanti a un papà e a una mamma così afflitti, così dilaniati giorno dopo giorno, ripeta la sua omelia in cui invoca celle spalancate e uomini come il Gordo a piede libero. Vedrà, forse, anche a lei mancheranno le parole giuste. Quelle del cuore.

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