Silvio Lanaro, il solista del rigore e dell’affabulazione

di Mario Isnenghi
Primo della classe nato, il luogo di precoce affermazione intellettuale fra i coetanei era stato naturalmente il Liceo: dopo Schio - dov'era nato nel ’42 - e Malo (sì, proprio lo stesso paese di Gigi Meneghello, il che non guasta per le frequentazioni ideali e per prendere subito a mirare alto), Vicenza, la città degli studi superiori. E poi Padova, naturalmente. Doveva essere il 1959-60 quando nell’atrio del Liviano - luogo della memoria di intere generazioni di giovani uomini e donne di lettere - Silvio fa la sua comparsa, e si sparge la voce dell’arrivo di questa strana matricola, un giovanissimo che sa tutto e che parla come un libro stampato. Viene dal Veneto profondo, ma è un laico, si viene a sapere che già a scuola leggeva il “Mondo”: un settimanale di politica acculturata , liberal-democratico, laicissimo, non specialmente diffuso nelle campagne venete. E questo Lanaro veniva da Vicenza, la “sacrestia d’Italia”. Lo arruoliamo immediatamente nelle schiere dell’Unione Goliardica Italiana, minoritarie, ma pur sempre egemoni - così almeno a noi pare. E i gruppi, le assemblee, i congressi studenteschi lo vedono subito nazionalmente svettare : per lo spessore inconsueto della sua preparazione culturale, ed anche per la sua facondia oratoria: un incedere alto, un ordito sostenuto e profondo.
Nell’Ugi di Pannella, di Giacinto Militello, di Lino Jannuzzi, di Andrea Margheri, i seduttori con le arti della parola non mancano, ma questo ragazzino,quando va alla tribuna, si fa ascoltare anche dai più stagionati e scafati studenti a vita. Di Berlinguer si è detto che “si iscrisse giovanissimo al comitato centrale”; ecco, Silvio Lanaro era un pulcino nato o divenuto immediatamente gallo e come tale si muoveva nei consessi della Goliardia: quella politicizzata, non quella tipo “8 Febbraio”, per quanto le ombre di vino e la grappa costituissero un terreno sicuro di incontro.
Ci fu un bellissimo stage a tre - lui, Luciano Ferrari Bravo e io - in un piccolo centro subito sopra Trieste, appollaiato sul ciglione del Carso: Prosecco, nomen omen. La penna con gli appunti dei nostri pensamenti precongressuali correva veloce - bisognava rifare l’università, la scuola, con qualche pensiero anche per le sorti dell’Italia, visibilmente in attesa.
E così, noi due, per altre occasioni e scritture, continueremo a fare. Ricordo le pagine conclusive del Veneto Einaudi, nella casa di Asiago - era il 1983 - e, alternandoci alla parola e alla penna ( anzi, lui alla penna , rigorosamente stilografica, io alla Olivetti 32) bisognava tirare le fila di quel grosso volume da lui ispirato e curato, arrivando sino all’oggi: il che voleva dire, tradotto nei termini di allora, sino a Gianni De Michelis, uno di quelli - del nostro gruppo patavino - che aveva scelto decisamente di far politica, vivente pro-memoria quindi di un bivio a cui noi pure ci eravamo trovati di fronte, scegliendo invece di restare professori. (Per un verso e per l’altro, mai scelta fu più indovinata). Del resto, eravamo allievi di Gramsci e del suo “Gli intellett. uali e l'organizzazione della cultura”, abbiamo sempre tutt’e due pensato di “far politica” anche così, “società civile” senza saperlo.
Di altre sue opere importanti - “Nazione e lavoro”, il suo classico continuamente ristampato dal 1979, la “Storia dell’Italia repubblicana” (1992) - altri hanno parlato qui già ieri. Cercherò di dire altre cose sulla persona: di quando andavamo in campeggio d’estate - nelle isole Eolie, al Giglio, in Dalmazia , prima con la nostra compagnia di studenti, poi con le nostre famiglie e i bambini allo stato nascente: Silvio era sempre il più imbranato (diciamo che era una bella lotta) compensando e consolando così i sensi di inferiorità di qualcuno su altri piani nel corso dell’anno. E però: non si pensi - da parte di chi non l’ha conosciuto - a un erudito e un pedante.
Silvio era un dominatore non solo nelle arene mediatiche (non in piazza, al chiuso), ma delle micro-arene gastronomiche e cameratesche . Gran raccontatore di barzellette, compiaciuto lui di narrare,magari per l’ennesima volta,ma sempre a richiesta di un pubblico di amatori: affabulazioni, aneddotica, tutto un repertorio consolidato. Come le favole: la ripetizione è attesa, fa parte del gioco. Averlo alla stessa tavolata a cena - quando ancora il mangiare e soprattutto il bere non erano per lui entrati nell'area del proibito: una contraddizione insoffribile - assicurava un invidiabile animatore a tutti. Cene di questo genere ce ne sono state via via tante, nei paraggi dell’università, la sera dei convegni -dopo ore di relazioni e comunicazioni - in giro per l'Italia.
Come conferenziere Silvio era richiestissimo, e trovava gratificante - quasi logico, e in fondo dovuto - essere richiesto, e magari atteso, in luoghi diversi lo stesso giorno. Organizzatori e editori, lì per lì, potevano divertirsi meno di lui, se poi non lo vedevano materializzarsi, ma tutti insistevano ugualmente a rischiare e a cercarlo perché sapevano bene di esserne ripagati sul piano della qualità, se Clio gonfiava poi le vele del vascello lanariano verso le loro rive. E, naturalmente, ognuna di queste assenze o ritardi, più o meno occasionali, dava luogo da parte sua alle giustificazioni più inventive e poi, a lungo, a uno sciame aneddotico buono ad allietare la sociabilità delle brigate accademiche.
Noi siamo sempre stati visti come una coppia, anche se non avremmo potuto essere,da questo punto di vista, più diversi; in tanti anni, l’unica seria occasione di arrabbiatura e allontanamento da parte mia fu proprio di questa natura, un contributo a suo modo strategico garantito e mai dato. In astratto potevo anche intendere che il risvolto del suo rigore come studioso potesse consistere in questa volubilità e leggerezza rispetto ai tempi di esecuzione: i solisti sono solisti, e non si riconoscono responsabilità rispetto a committenti, scenografi e coro. In concreto, quella volta, mi sono sentito trattato come gli altri. Ma con Silvio, prendere o lasciare. Pur facendo obiezione idealmente,me ne sono fatta una ragione e, come gli altri, ho finito per “prendere”, in nome della nostra amicizia di una vita.
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