Pesca abusiva di vongole in laguna, 24 arresti

Scoperto un traffico illegale per 5 milioni. In manette anche due di Codevigo. Centoventi indagati, tre ditte sotto sequestro

VENEZIA. Per impedire da un lato l’ulteriore danneggiamento dei fondali della laguna con le eliche dei motori montati sulle fiancate dei veloci barchini e con le rasche, dall’altro l’invasione nei mercati del pesce di mezza Italia e di conseguenza l’arrivo sulle tavole dei consumatori delle vongole veraci inquinate, i finanzieri del Reparto aeronavale di Venezia hanno indagato per ben due anni. Alla fine hanno scoperto quelle che il pubblico ministero Giorgio Gava indica come due vere e proprie associazioni a delinquere (una nell’area Chioggia-Pellestrina, l’altra Cavallino-Burano)finalizzate alla ricettazione delle vongole veraci, che sono provento del reato di danneggiamento del fondale della laguna: Gli altri reati contestati sono la frode in commercio e il falso ideologico. In sette sono finiti in carcere, altri 17 sono agli arresti domiciliari e, 16 hanno l’obbligo di dimora, infine sono almeno centoventi gli altri indagati. Sono finite sotto sequestro tre aziende, la “Talian srl” di San Pietro in Volta, la “Gruppo Mare” di Porto Viro e la “Damas” di Ariano Polesine, ditte che raccoglievano il pescato per poi commercializzarlo, sigilli anche ad un casone costruito su palafitte in laguna, di fronte al porto di Chioggia, e a 16 imbarcazioni da pesca. Per un valore di cinque milioni di euro.

Le tre aziende raccoglievano almeno il 40 per cento delle vongole in Veneto, che a sua volta pesca almeno il 50 per cento del prodotto complessivo in Italia. Non tutto quel 40 per cento proveniva dalla pesca illegale, circa una tonnellata e mezza al giorno sulle dieci che partivano dalle società sotto controllo, circa il 5-7 per cento. Viene considerata illecita la pesca dei caparozzoli quando vengono raccolti, seppur in aree aperte alla pesca, con metodi che danneggiano la flora e la fauna del fondale della laguna, ad esempio con piccole turbosoffianti montate sui barchini o con il sistema più artigianale e diffuso: c’è un motore piazzato sulla fiancata dell’imbarcazione con l’elica che solleva la sabbia del fondale mentre il mezzo procede lentamente e dietro c’è il pescatore con una gabbia che raccoglie i molluschi. Gli indagati pescavano anche nelle aree della laguna in cui la raccolta delle vongole è vietata perché sul fondo ci sono fanghi altamente inquinati e i finanzieri del colonnello Massimo Mocellin, il comandante del Gruppo aeronavale, in più occasioni hanno sorpreso imbarcazioni nelle zone del Tronchetto, di Fusina, di Campalto e delle Giare, canali inquinati a causa del traffico marittimo, dei vecchi scarichi delle fabbriche chimiche o dei terreni provenienti dalla produzione industriale utilizzati per bonificare.

Grazie ai controlli in acqua, alle intercettazioni telefoniche, ai pedinamenti a terra e anche alle riprese con telecamere piazzate in luoghi nascosti gli investigatori delle «fiamme gialle» hanno rilevato numerose condotte illegali. Oltre alla pesca compiuta con mezzi vietati e in luoghi in cui è proibita, hanno scoperto che le vongole raccolte in questo modo spesso non venivano depurate in acqua salata corrente (stabulazione), come invece prevede la legge; inoltre le etichette dei sacchetti di prodotto non riportavano le date corrette del confezionamento, che venivano posticipate. Inoltre venivano mischiate lotti di vongole di provenienza geografica diversa o prodotti del tutto lecitamente raccolti con quelli pescati illegalmente. Ogni lotto, inoltre, deve essere accompagnato da un certificato sanitario, che in questo caso veniva falsificato, infine rilevante l’evasione fiscale, visto che le vongole illegali venivano vendute «in nero».

Le vongole che uscivano dalle tre aziende venete finivano soprattutto al Sud, a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, a Messina, a Siracusa, ma anche a Roma, a Genova e in Spagna, in particolare a Barcellona. Più che sui banchi dei mercati del pesce era più facile trovarle su quelli dei supermercati. L’inchiesta del pm Gava ha puntato soprattutto a individuare i così detti collettori, cioè chi raccoglieva le vongole da un considerevole numero di pescatori, per poi passarle alle aziende che le commercializzavano, così le misure più penalizzanti hanno colpito i titolari dei tre centri di depurazione, i grossisti e i commercianti che secondo l’accusa erano consapevoli della provenienza illecita del prodotto, mentre i pescatori sono stati raggiunti dall’obbligo di dimora con il divieto di uscire di casa la sera per impedire di proseguire a pescare o sono solo indagati.

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