IL RACCONTO / «Nell’inferno Ebola la nostra vita in uno scafandro»

PADOVA. Mentre continua, inarrestabile, la drammatica avanzata del virus Ebola, altri due medici del Cuamm sono volati verso la Sierra Leone: la loro presenza va ad affiancare quella degli altri quattro operatori Cuamm presenti a Pujehun, dove coordinano un gruppo di circa 200 persone del posto. Da lì, i due medici padovani Giovanni Putoto e Matteo Bottecchia raccontano le proprie sfide quotidiane, fatte di controlli e centri di isolamento, scafandri e mascherine, dedizione e coraggio.
La malattia, solo in Africa occidentale, ha già raggiunto le 3500 vittime, e si avvia velocemente verso quota 4000. Dottor Bottecchia, com’è stato l’arrivo?
«Siamo stati accolti da un aeroporto deserto, acqua clorinata per lavarsi le mani, materiale informativo sull’infezione e check point sanitari appena dopo i controlli doganali. La macchina della prevenzione al primo impatto pare ben rodata, funzionante, ma resta nell’aria una sensazione d’attesa, di timore e incertezza».
Dove operate esattamente?
«Siamo nel distretto sanitario di Pujehun. Quello che qui si chiama distretto è paragonabile alle nostre aziende sanitarie: questo è molto grande, copre circa 350mila abitanti ed ha anche il reparto maternità e pediatria. Proprio nel nostro distretto, sono già stati contagiati anche due operatori sanitari locali, che hanno contratto il virus per curare la popolazione».
Dottor Putoto, come avviene il contagio?
«Semplicemente per contatto, per questo è così difficile da contenere. L’epidemia si sta diffondendo a grande velocità nel contesto urbano, le vittime fra i civili si succedono una dopo l’altra. Come Cuamm, ci stiamo occupando anche di questo: di identificare i casi di contagio e quindi di isolarli. Non c’è solo un controllo clinico, ma anche un’analisi accurata che riguarda la storia del paziente: cerchiamo di appurare con chi è venuto in contatto e dove si è spostato. Per capire se, pur non presentando ancora sintomi, potrebbe essere a rischio contagio. Stiamo collaborando alle attività sanitarie sul posto ed esaminando le comunità a rischio. In caso di incertezza, le famiglie devono essere messe in quarantena per almeno 20 giorni».
Dove sono i centri di isolamento?
«Sono due: uno nell’ospedale di Pujehun, l’altro a Zimmi, dove siamo stati da poco. Zimmi è una delle aree del folocolaio, ed è completamente isolata: si arriva via fiume. Per costruire l’isolamento e dotarlo di acqua corrente, toilette e inceneritore è stato fatto uno sforzo logistico considerevole».
Come vi proteggete?
«Evitando il contatto diretto. Ci sono delle procedure da seguire e delle precauzioni da prendere. Indossiamo il così detto “Ppe”: personal protective equipment. Uno scafandro che copre ed isola completamente. Stiamo fornendo tutti i mezzi per la prevenzione anche alla popolazione locale, sia quelli ordinari sia quelli straordinari: guanti, stivali, mascherine e occhiali».
La sfida più dura?
«Tra la popolazione locale non tutti capiscono la gravità della situazione: la malattia, inizialmente, si presenta con sintomi comuni, come febbre e vomito. E non è facile convincerli che quella febbre non è la stessa di cui hanno sempre sofferto. Il Cuamm, poi, segue soprattutto le mamme e i bambini: domenica scorsa abbiamo avuto sei parti e tre cesarei. Non possiamo abbandonare il reparto maternità, altrimenti alle vittime del virus Ebola rischiano di sommarsi altre vittime, per così dire, “indirette”. Il lavoro, poi, è molto e faticoso: pazienti da assistere in modo professionale e umano, personale sanitario da affiancare nelle sfide quotidiane, comunità impaurite da incoraggiare. Una speranza da costruire passo dopo passo, sfida dopo sfida, con loro».
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