«Addio professor Petter ti ricorderemo sui pedali con la camicia dei Mille»

Immagini dell’addio al professor Guido Petter: ieri nel cortile antico del Bo si è tenuto l’alzabara con la commemorazione ufficiale. Poi la cerimonia in Duomo
Immagini dell’addio al professor Guido Petter: ieri nel cortile antico del Bo si è tenuto l’alzabara con la commemorazione ufficiale. Poi la cerimonia in Duomo
 «Meglio morire come un uccello, centrato al volo da una fucilata, che languire in un letto nella solitudine e nella mestizia». La citazione è di Franca Tessari, collega, amica, complice intellettuale di Guido Petter che l'Ateneo ha salutato ieri con la cerimonia dell'alzabara. Le parole di docenti, studenti ed amici, il rintocco della campana, hanno inumidito gli occhi, hanno fatto riaffiorare ricordi, perché martedì Guido se ne è andato improvvisamente, a 84 anni, mentre parlava ad un congresso. Una fine che ricorda quella di Enrico Berlinguer, avrebbe potuto dire come Pablo Neruda «confesso che ho vissuto». Una vita intensa, la sua, magnifica, ricca di emozioni, di sfide, magari anche di momenti di paura rigettati con orgoglio e dignità.  Petter è stato un grande psicologo, un luminare, ma soprattutto un grande uomo. Il tratto dominante del suo carattere era la serenità, l'ottimismo che lo spingeva ad accettare scommesse intellettuali sul filo del rasoio e a vincerle, l'umiltà che lo faceva affermare di essere al servizio degli studenti, pronto ad aiutare più che a giudicare, una dote rara. Le sue lezioni erano indimenticabili, la sua passione contagiosa, straordinaria la capacità di trasmettere concetti, di inculcare principi e sempre con il sorriso, sempre con garbo. Ogni giorno che ci viene offerto, secondo Petter, deve essere vissuto come occasione di scoperta e di impegno come se non si dovesse morire mai. Il suo atteggiamento didattico, ispirato dagli studi di Piaget, faceva sì che i giovani lo sentissero vicino.  Il professor Piero Boscolo, preside di Psicologia, ne ha ricordato le qualità: i gradini della carriera legata ad una conoscenza rigorosa, il pionierismo per la valorizzazione della facoltà, gli sforzi per la formazione, l'insegnamento della Psicologia dell'età evolutiva con il professsor Fabio Metelli, negli anni in cui il Bo si trasforma in università di massa. Il merito di aver creato almeno due, forse tre generazioni di psicologi dando alla facoltà di Padova forza incisiva a livello nazionale. Ne hanno completato il ritratto con ricordi sempre soffusi di commozione il direttore di dipartimento, Santinello e Renzo Vianello, il primo allievo. Amarcord di esami, colloqui, tesi di laurea dello straordinario sussidiario di psicologia, delle analisi sul mondo incantato del fanciullo, del sodalizio felice con Gabriele di Stefano e Giuseppe Mosconi. Nel marzo del 1979, nel cuore tenebroso degli anni più bui, il professor Petter subisce una violenta aggressione. Non si piega. «Ho la testa dura», commentava. L'episodio è ricordato nel suo libro «I giorni dell'ombra». Aveva, Guido Petter, un senso fortissimo della cittadinanza e una fede profonda nella Costituzione come vangelo dei diritti del cittadino. Ieri era presente alla cerimonia, tra tante autorità accademiche, un amico come il procuratore Pietro Calogero. Per il Comune c'era l'assessore Andrea Colasio. A 17 anni Guido Petter aveva lasciato la città ed era andato a combattere i nazifascisti con i partigiani in Val d'Ossola. Era convinto che occorresse obbedire all'imperativo categorico di fare qualcosa di utile per il nostro paese. Ma fu anche ispirato, come confidò all'amico Gilberto Muraro, dalla lettura de «I doveri dell'uomo» di Giuseppe Mazzini. Il 2 giugno Guido Petter avrebbe partecipato alla biciclettata garibaldina in camicia rossa per le vie della città. La prossima manifestazione gli sarà intitolata e i partecipanti, per ricordarlo, fisseranno al manubrio una coccarda tricolore. Petter si muoveva sempre in bicicletta. Ogni domenica mattina prendeva un caffè lungo al bar Gancino di piazza del Duomo. Ci sembrerà di vederlo ancora pedalare, inghiottito di colpo dall'arco dell'Orologio di piazza Capitaniato. Ha lasciato un'eredità culturale ricca, che ne terrà viva la memoria. Ieri, alla messa al Duomo, erano presenti, giunti in pullman da Milano, molti allievi dell'Istituto Pedagogico della Resistenza e della scuola media Rinascita: «Non potremo più chiamarlo al telefono per comunicargli le nostre iniziative, i successi, le preoccupazioni».  

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