Una fucilata al volto e il corpo nell'auto sommersa: due arresti per l'omicidio di San Giorgio delle Pertiche

In carcere due italiani di 54 e 51 anni, accusati dell'omicidio del 35enne albanese trovato morto l'8 settembre nel canale Tergola. Secondo gli investigatori, il delitto sarebbe stato premeditato e legato a contrasti nel traffico di droga

L'auto in cui è stato rinvenuto il cadavere della vittima
L'auto in cui è stato rinvenuto il cadavere della vittima

Un'impronta digitale sul paraurti dell'auto utilizzata per nascondere il cadavere e decine di ore di filmati delle telecamere di videosorveglianza.

Sono gli elementi che hanno permesso ai carabinieri di ricostruire l'omicidio di Ferdinant Hoti, il 35enne albanese trovato senza vita l'8 settembre scorso all'interno di una Fiat Bravo nelle acque del canale Tergola, a San Giorgio delle Pertiche, nel Padovano.

Per il delitto sono finiti in carcere due italiani di 54 e 51 anni, entrambi già noti alle forze dell'ordine, arrestati all'alba di mercoledì 28 ottobre tra San Giorgio delle Pertiche e Mirano. I carabinieri del Comando provinciale di Padova hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Venezia. I due sono accusati, in concorso, di omicidio aggravato, occultamento di cadavere e porto illegale di arma da fuoco.

Secondo gli investigatori, Hoti sarebbe stato ucciso con un colpo di fucile esploso da distanza ravvicinata al volto, probabilmente all'altezza della bocca.

Un omicidio premeditato, maturato nell'ambito di contrasti legati al traffico di sostanze stupefacenti nel Veneziano, al quale sarebbe seguito un piano per far sparire il corpo e cancellare le tracce del delitto.

Il ritrovamento nel canale Tergola

L'inchiesta era partita la mattina dell'8 settembre, quando un passante aveva notato le ruote posteriori di un'automobile affiorare dalle acque del canale Tergola, a San Giorgio delle Pertiche. Si trattava di una Fiat Bravo senza targhe, quasi completamente sommersa.

Una volta recuperata la vettura dai vigili del fuoco, i carabinieri avevano fatto la macabra scoperta: sui sedili posteriori c'era il cadavere di un uomo, avvolto in sacchi di cellophane nero e nascosto sotto pneumatici e materiale dismesso.

Il volto presentava lesioni gravissime, provocate da un colpo d'arma da fuoco esploso a distanza ravvicinata.

Gli accertamenti sulle impronte digitali avevano permesso di identificare la vittima in Ferdinant Hoti, 35 anni, cittadino albanese. Da quel momento gli investigatori avevano iniziato a ricostruire la sua rete di contatti e relazioni per individuare chi potesse averlo ucciso e perché.

L'impronta sul paraurti e le telecamere

La prima svolta è arrivata dagli accertamenti tecnici sulla Fiat Bravo. Sul paraurti posteriore, in un punto compatibile con quello in cui qualcuno avrebbe esercitato una spinta per far precipitare la vettura nel canale, i carabinieri hanno individuato alcune impronte digitali.

Le analisi effettuate dal Ris di Parma hanno consentito di identificare uno dei due indagati. Un elemento decisivo, al quale si sono aggiunte le immagini raccolte attraverso i sistemi di videosorveglianza.

Dopo aver esaminato decine di ore di registrazioni, gli investigatori sono riusciti a ricostruire gli ultimi spostamenti di Hoti e le operazioni compiute per nascondere il cadavere.

Le telecamere hanno ripreso il trentacinquenne ancora in vita mentre, a bordo della stessa Fiat Bravo nella quale sarebbe stato ritrovato morto, entrava in un complesso artigianale di Mirano. All'interno della struttura, uno dei due indagati aveva la disponibilità di un capannone adibito a officina.

Da quel momento Hoti non è più stato ripreso vivo. Le immagini successive hanno invece documentato le operazioni per occultare il corpo, spostare l'automobile e infine spingerla nelle acque del Tergola, nel tentativo di far sparire sia il cadavere sia le prove dell'omicidio.

Il fucile ritrovato e il movente della droga

L'ultimo tassello dell'inchiesta è arrivato proprio durante l'esecuzione delle misure cautelari. I due arrestati hanno collaborato con gli investigatori, consentendo di recuperare un fucile calibro 12, ritenuto la probabile arma del delitto.

Secondo la ricostruzione della Procura di Venezia, accolta dal giudice per le indagini preliminari, l'omicidio sarebbe stato pianificato e sarebbe maturato a seguito di contrasti nell'ambiente del traffico di stupefacenti nel territorio veneziano.

Dopo gli arresti, il 51enne è stato trasferito nel carcere di Rovigo, mentre il 54enne è stato condotto nella casa circondariale di Verona. Entrambi restano a disposizione dell'autorità giudiziaria.

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