Luca Casarini ricorda Aurora D'Agostino: «Quante cose fatte assieme. Ci guiderà nel cammino»
Luca Casarini e le battaglie dell’avvocata Aurora D’Agostino: «Per me è stata una sorella maggiore». Il racconto delle battaglie condivise, dal movimento padovano al G8 di Genova, fino ai grandi processi

«Se penso al significato della parola combattente, penso a lei. Determinata come chi ha impressa nel cuore una missione, stare dalla parte degli ultimi. Per me è stata una sorella maggiore, da quel concerto alla Guizza con i Nabat nella stagione delle retate di Calogero e della prigionia politica. Ero un ragazzo spavaldo e sperduto, che pensava di poter maneggiare cose più grandi di lui, ma lei è stata sempre un punto a cui potevo aggrapparmi quando avevo una inconfessabile paura. Penso alle ripetizioni di matematica a casa di sua mamma: l’aveva convinta che valesse la pena farmi passare gli esami di settembre. E ai blocchi degli sfratti, la mattina all’alba, le lotte per la casa, e poi i processi, tanti e in ogni parte d’Italia, che faceva con me, con noi, perché qualcuno doveva pure difenderci». Il ricordo di Luca Casarini parte da un lungo post sui social. Ma al telefono la voce si incrina. «Le parole non sono facili da trovare e sono sempre, comunque, insufficienti».
Cos’ha rappresentato Aurora D’Agostino?
«Ha attraversato gli ultimi cinquant’anni della storia di questo Paese con un impegno politico e professionale straordinario, sempre al servizio di un’idea di giustizia. Per lei fare l’avvocata era una forma di militanza».
Come vi siete conosciuti?
«Nei primi anni Ottanta. Io cominciavo il Marconi, ma iniziavo a frequentare anche i collettivi studenteschi e Radio Sherwood, e Aurora è diventata subito un punto di riferimento. Erano anni durissimi, c’era stato il 7 aprile. Ricordo, insieme a lei, le cariche davanti al Cinema Uno quando manifestammo contro la tortura. Poi l’occupazione del Pedro nel 1987. Lei era dentro tutti quei percorsi. Amava la città e difendeva il diritto ad avere diritti. La sua battaglia per la casa è stata storica. Poi, da avvocata, ha sacrificato tutto per difendere chi non poteva permettersi una difesa. Questo voleva dire vederla chiusa nel suo studio per ore e ore a studiare per l’udienza del giorno dopo. Quando dovevo parlarle andavo lì: sapevo di trovarla».
È stata anche la sua avvocata.
«Dopo il G8 di Genova mi ha difeso nel processo per cospirazione politica contro lo Stato e associazione sovversiva per otto lunghi anni. Mi ha fatto assolvere in tutti e tre i gradi di giudizio. È tutto merito suo».
Che ricordi ha?
«Quel processo se l’è fatto più lei che io. Andava a ogni udienza a Catanzaro, con quei treni pieni di pendolari che non arrivavano mai. E mi ha sempre tenuto fuori dal carcere. Per pagare le fotocopie degli atti abbiamo dovuto organizzare una cena: erano migliaia di pagine. Io dicevo di lasciar perdere, lei invece voleva studiare tutto. Era la mia ancora di salvezza. Lo faceva per un profondo senso di giustizia, che l’ha portata nei Giuristi democratici, in consiglio comunale e perfino in Turchia a difendere i diritti dei colleghi incarcerati».
Altre battaglie insieme?
«Tutte quelle che hanno attraversato Padova dagli anni Ottanta fino al 2011 circa. Quando negli anni Novanta ricevetti il foglio di via dalla città per tre anni, io ovviamente disobbedivo e lei mi stava sempre accanto. Diceva sorridendo: “Così almeno, se ti arrestano, hai l’avvocato”» .
La sua forza più grande.
«La determinazione. Cambiavano i tempi, le persone, il clima politico. Lei no. Era sempre dalla stessa parte».
L’ultimo ricordo che conserva di lei?
«L’ho vista il 30 aprile, a una manifestazione a Padova. Ci siamo salutati come due vecchi amici. Tra persone che hanno vissuto esperienze così forti basta uno sguardo per ritrovarsi».
Questi sono i giorni dell’anniversario del G8.
«Genova è una ferita che non si rimargina. Ha segnato la vita di chi c’era e anche quella del Paese. Lì abbiamo visto la sospensione dei diritti democratici. Se non si affrontano davvero quelle ferite, restano dentro la società. Oggi vediamo la guerra, il riarmo, la distruzione del diritto internazionale, ma tutto questo ha un corrispettivo all’interno che si chiama guerra civile. Ed è quello che noi abbiamo conosciuto per la prima volta a Genova. Fomentare l’odio contro i migranti ci porterà alla guerra civile. Dobbiamo fare attenzione».
Parla di Bologna, ora.
«Quando una persona dev’essere fermata, non può essere uccisa. Dev’esserci l’alternativa alla morte. Altrimenti siamo finiti».
Ne parlavate?
«Questa è stata la nostra storia. La ricerca di un altro mondo possibile, senza rassegnarci all’idea che fossero inevitabili guerra, sopraffazione e l’individualismo sfrenato di oggi. Per Aurora questa ricerca passava attraverso il diritto: trasformare un ideale di giustizia nella difesa concreta dello Stato di diritto e delle persone più deboli. È stata questa la sua cifra dentro e fuori dai tribunali, costruita giorno dopo giorno con una competenza enorme e con sacrifici immensi. È l’eredità che ci lascia».
La notizia della morte.
«Ero appena rientrato dagli Stati Uniti quando ho saputo che stava male. Mi si è gelato il sangue. Aurora è un pezzo della mia vita e del mio cuore. Il dolore è grande, ma il modo migliore per ricordarla è continuare il cammino che ci ha insegnato. Ognuno a modo suo. Ha lasciato un segno profondo in migliaia di persone, un segno che nemmeno la morte potrà cancellare».
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