Biennale Musica in voga
La rivoluzione dell'ascolto si è dimostrata formula vincente

A destra il compositore russo Vladimir Tarnopolski
VENEZIA.
Luca Francesconi ha sempre voluto concludere le quattro edizioni della Biennale Musica di cui è stato direttore artistico con un evento speciale, per assecondare il proprio desiderio di rompere gli schemi di fruizione della musica. Oggi, soprattutto per le nuove generazioni, l'ascolto non può più essere quello composto e dedicato della sala concerti tradizionale. Ecco allora lo spettatore trasformato in visitatore di spazi animati da una molteplicità di eventi sonori. Particolarmente coraggiosa è stata la scelta di quest'anno. Cioè portare tutti al cimitero di San Michele, con "una vogata rituale". Il pubblico, superiore ad ogni più rosea previsione, è stato imbarcato su vaporetti che scortavano barche a remi sulle quali gruppi di ottoni rimandavano echi di Petroushka e dell'Uccello di Fuoco. Si è così attraversato quel luogo magico, sconosciuto perfino a gran parte dei veneziani, che è il bacino dell'Arsenale, mentre un tramonto infuocato, come solo questo assolato inizio di ottobre poteva fornire, dipingeva il cielo e una Venezia fiabesca di un'incantevole iridescenza di colori. Approdati all'isola del camposanto, si andava dritti alla tomba di Igor Stravinskij, per un breve omaggio, a quarant'anni dalla morte, con l'esecuzione dei tre pezzi per clarinetto solo da parte di Dirk Deschemaeker. Il secondo appuntamento era con la banda di Maser, impegnata in trascrizioni di cori verdiani, evidente omaggio al 150º anniversario dell'Unità d'Italia. Nella chiesa di San Michele stracolma, l'orchestra della Fenice, ben diretta da Dario Garegnani, eseguiva Nono e Stravinskij, dalla cantoria giungevano ancora echi stravinskiani con Gesualdo, Monteverdi e Pärt, grazie alla Schola di San Rocco, guidata con sapienza e gusto da Francesco Erle. Fuori, nel chiostro, inscenando il finale del Don Giovanni di Mozart, rivisitato da Stefano Bellon, si mirava ad evocare Tom Rakewell, il protagonista de La carriera di un libertino, capolavoro di Stravinskij dato in prima esecuzione alla Biennale del 1951, quando ancora la rassegna veneziana poteva permettersi produzioni simili. Perchè, alla fine, rimandando ad un passato così glorioso, la vera intenzione di Francesconi era quella di celebrare un rituale "in memoriam" della cultura, oggi aggredita e vilipesa in un Paese che, stretto dalla morsa della crisi, non ha capito che questo è il suo primo e più grande patrimonio da difendere. Tuttavia, benchè già dall'anno scorso ridotta ad una settimana e a due soli concerti al giorno, con fonti finanziarie sempre più inaridite, la Biennale Musica di quest'anno ha dimostrato che è presto per recitare il suo "de profundis". Innanzitutto, per chi vuole anche i riscontri al botteghino, l'aumento della partecipazione è stato evidente e significativo, con una presenza cospicua di giovani provenienti da diversi paesi, attratti anche da complessi che sempre più spesso accettano le sonorità del rock. Molte volte il Teatro alle Tese, la Sala delle colonne di Ca' Giustinian, gli spazi del Conservatorio, nei quali si è tornati per quattro volte in otto giorni, sono risultati completamente esauriti. Ma, al di là dei confortanti dati statistici, molte sono le cose nuove che si sono potute ascoltare, grazie a quest'edizione. Sorprendente, ad esempio, è stato il concerto dello Studio for New Music Moscow, che ci ha portato a contatto con la produzione russa più recente e con opere di compositori come Karaëv e Tarnopolski, classe 1943 e 1955. Abbiamo constato con piacere che ci sono giovani leve italiane assolutamente di talento, come Agostini, Maestri, Verunelli e Ghisi, protagonisti del secondo concerto dell'Ircam. Abbiamo avuto Filippo Perocco tra i quattro compositori chiamati a scrivere l'opera di teatro musicale Geblendet (Accecato), frutto di un progetto europeo. L'avvertimento dunque, è che questa piccola, ma strenua ridotta non si arrenderà.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova
Leggi anche
Video








