I sindaci padovani: «Dateci più poteri sulla concessione della cittadinanza»
Sindaci della provincia divisi dopo quanto accaduto a Cadoneghe. Pierobon (Cittadella): «Legge da riformare, servono esami finali». Lazzaro (Saonara): «Mai negata a nessuno, avevano i requisiti»

C’è chi invoca leggi più stringenti, chi iter più trasparenti, chi maggiori poteri ai sindaci. Molti, a onor di cronaca, condannano il collega. Non c’è tuttavia dubbio: il caso della cittadinanza negata (anzi, sospesa) da Marco Schiesaro a una donna straniera ha acceso un partecipato dibattito, che nelle scorse ore è arrivato anche alla ribalta nazionale e che sta coinvolgendo in particolare gli amministratori pubblici.
Può un sindaco comportarsi come il primo cittadino di Cadoneghe? Intervenire è una sua responsabilità? Gli iter che portano alla concessone della cittadinanza sono sempre trasparenti e solidi? E come sempre, quando viene scoperto un nervo, i fastidi delle parti confermano che effettivamente qualche problema c’è.
La vicenda
Il caso è noto. Lunedì pomeriggio il primo cittadino di Cadoneghe ha accolto quattro cittadini stranieri in municipio, chiamati al giuramento previsto al termine del percorso per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Una donna di origini marocchine ha dimostrato serie difficoltà nel comprendere alcune semplici domande in italiano e anche nel leggere autonomamente il verbale del proprio giuramento: Schiesaro ha sospeso la cerimonia chiedendo ulteriori verifiche.
«È una questione di rispetto delle regole e del valore stesso della cittadinanza italiana», ha motivato il sindaco, «che non può essere considerata una semplice formalità burocratica». La presa di posizione ha fatto alzare un coro di voci a favore, ma anche tante posizioni ostili, come con la collega di Rubano, Chiara Buson, che ha ricordato come un primo cittadino non abbia questo potere.
Servono più poteri
Le polemiche, in un senso o nell’altro, sono l’occasione per fotografare una situazione che – per gli stessi amministratori – non è poi così nitida. A Cittadella da inizio anno nessuna cittadinanza è stata rifiutata, ma il sindaco Luca Pierobon ritiene doveroso un ragionamento: «Deve essere pensata una riforma che porti a un esame finale come avviene in tanti altri Stati, dove oltre alla documentazione si verifica anche la persona stessa». Anche attraverso il sindaco. Chiude Pierobon: «Condivido anche il fatto che la cittadinanza, una volta acquisita, in caso di reati gravi possa anche essere tolta».
Pieno appoggio alla scelta di Schiesaro arriva da Antonella Argenti, sindaca di Villa del Conte: «Ha sospeso il giuramento a una donna che non conosceva l’italiano. E ha fatto bene. Noi sindaci, quando siamo chiamati a ricevere il giuramento, non abbiamo potere decisionale. Eseguiamo un atto formale che rende efficace un decreto già firmato dal Presidente della Repubblica. Lo sappiamo tutti. Eppure, qualche volta, quel potere formale diventa uno strumento».
La stessa Argenti spiega di non aver firmato in due occasioni: «Senza polemiche, senza fare rumore. Ho solo chiesto che quella persona frequentasse il corso di italiano che il Comune offre da sempre e, se necessario, fosse accompagnata dai servizi sociali in altri percorsi. Non per punire, ma per dare un senso concreto all’integrazione. Non basta consegnare diritti. Bisogna anche pretendere doveri».
A Ponte San Nicolò, da inizio anno, sono 42 le cittadinanze concesse, di cui 25 con giuramenti da decreto ministeriale o prefettizio. Nessun diniego, ma il sindaco Gabriele De Boni commenta: «Personalmente ritengo che il nostro ruolo, in questa fase, sia prevalentemente istituzionale e rappresenti il momento conclusivo di un percorso amministrativo ben più articolato, nel quale intervengono diversi livelli dello Stato. Se una persona arriva al termine di questo iter e, nel momento solenne del giuramento, emergono difficoltà linguistiche tali da impedirle persino di comprendere le parole che sta pronunciando, credo sia legittimo interrogarsi su come abbia funzionato il percorso precedente e se tutti i necessari accertamenti siano stati svolti correttamente. Lo dico anche da persona che considera la cittadinanza uno strumento fondamentale di inclusione. Proprio per questo ritengo che il percorso per ottenerla debba essere serio, trasparente e coerente».
Un altro precedente
Luciano Salvò, sindaco di Villafranca Padovana (qui 23 le cittadinanze concesse da inizio anno, zero quelle respinte), ricorda di aver bloccato l’iter «di una signora arrivata dal Marocco, dopo il decesso del marito che lavorava qui in Italia, che non sapeva una parola di italiano. Dopo un paio di volte che è ritornata facendo scena muta è stata contattata la Prefettura, la quale ha risposto che in ogni caso il sindaco non può rifiutarsi di ricevere il giuramento essendo la cittadinanza già concessa». Meno marcata la posizione di Riccardo Mortandello di Montegrotto Terme (30 cittadinanze dall’1 gennaio), che pur coglie l’occasione per una riflessione: «La cittadinanza è uno strumento di integrazione molto importante, ed è sempre per me una festa accogliere nuovi cittadini nella nostra comunità. Non spetta al sindaco negarla.
D’altro canto, proprio come ho sempre agito per favorire l’accoglienza e i progetti di integrazione, credo sia altrettanto necessario agire con rigore nel richiedere il requisito della conoscenza di base della lingua: non solo per diventare cittadini italiani, ma anche per aprire un esercizio commerciale o un locale pubblico. Personalmente, mi trovo davvero a disagio quando, entrando in un negozio o in un bar, mi accorgo che il titolare non parla l’italiano. Su questo fronte, credo che sia necessario agire con determinazione per una vera integrazione».
Pareri opposti
Il fronte pro-Schiesaro, o comunque favorevole ad aprire una riflessione sulle modalità di concessione della cittadinanza italiana, pare tuttavia minoritario rispetto a quello dei sindaci secondo cui un primo cittadino non dovrebbe mettere in discussione un percorso già verificato e legittimato da autorità di grado superiore.
I numeri sono importanti: a Saonara, da inizio anno, ad esempio, sono 45 gli stranieri divenuti italiani. «Mai negato la cittadinanza a nessuno, gli uffici verificano che i requisiti necessari siano sempre assolti», sottolinea la sindaca Michela Lazzaro. Sono 71, sempre senza intoppi, le cittadinanze concesse da inizio anno ad Albignasego, 70 quelle di Camposampiero, 14 quelle di Legnaro, 34 a Conselve, 44 a Mestrino. «Il ruolo del sindaco è meramente esecutivo», è la posizione di Gabriele Volponi a Maserà, dove per il 2026 sono 45 le cittadinanze concesse. E ancora: 47 a Vigodarzere, 54 a Montagnana, 63 ad Abano Terme, 100 a Monselice, 107 a Piazzola sul Brenta (ma ben 77 sono di brasiliani jure sanguinis, non residenti, altro dato che andrebbe sicuramente studiato), 43 a San Martino di Lupari, 68 a Rubano.
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