Università, Dalla Zuanna lascia la cattedra: «Bisogna entusiasmare i ragazzi»

In pensione il docente di demografia ed ex senatore pd: «Ma non dalla ricerca. Mi dedicherò di più alla famiglia e alla politica. Per Padova servono idee nuove. Poche nascite e sempre più anziani: dobbiamo ripensare il welfare pubblico»

Gianpiero Dalla Zuanna
Gianpiero Dalla Zuanna

Gianpiero Dalla Zuanna, è arrivato il momento della pensione: che effetto fa?

«Un po’ straniante. Sei abituato a essere parte integrante di un’istituzione e ti rendi conto che devi cominciare a lasciare andare avanti gli altri. Bisogna abituarsi, accettarlo».

Ordinario di demografia al Bo, è stato preside di Scienze statistiche e senatore della Repubblica. È Accademico dei Lincei, in libreria - con Asher Colombo - con Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità (Il Mulino).

Il primo ricordo in un’aula universitaria.

«Roma, 1990. Ricordo l’emozione di raccontare le cose a ragazzi poco più giovani di me, con alcuni poi si sono stabiliti legami veri. Non avevo mai fatto didattica, ricordo la difficoltà: cercavo le facce delle persone, cercavo di capire se mi seguivano».

E questo non è cambiato?

«Mai. Ogni volta a lezione bisogna mettersi in sintonia con gli studenti. Bisogna riuscire a capirli, ascoltarli».

E gli studenti come sono cambiati?

«Ho insegnato a platee completamente diverse. Ma sono contrario all’idea che arrivino sempre più ignoranti. A volte sono i docenti che non fanno lo sforzo di mettersi al livello di ciò che hanno imparato. Se riesci a dare entusiasmo per la materia, a stimolare il piacere dell’apprendimento, puoi portarli anche a buttarsi nel fuoco».

Il mondo, però, non c’è dubbio, è cambiato. Il Bo ieri le ha dedicato una giornata e lei ha risposto a una domanda: stiamo andando verso un mondo a bassissima fecondità?

«La risposta è sì. In America Latina, Asia meridionale e Africa si vedono gli stessi meccanismi che hanno portato all’abbassamento della fecondità in Italia e Spagna. Dopodiché quarant’anni fa avevo previsto le nascite a Padova: per il 2025 ne stimavo 800, sono state 1.500».

Meglio del previsto…

«Meglio di quello che avevo previsto io. Ero appena laureato, non è stato un grande esercizio».

La denatalità, però, ha conseguenze importanti.

«Porterà a un ulteriore ridimensionamento della platea dei giovani, con tutto ciò che ne consegue. Nei piccoli paesi può essere drammatico quando chiude una scuola. E anche se non riuscissimo a invertire la tendenza, aumenterebbero comunque le persone anziane. Bisogna ripensare il welfare e l’organizzazione sociale, con attenzione all’invecchiamento attivo. E, dall’altro lato, bisogna fare in modo che i giovani non se ne vadano e favorire un’immigrazione che proceda insieme all’integrazione».

A proposito, che idea si è fatto del tetto al 30% per gli stranieri nelle classi?

«Sono soluzioni sbrigative a problemi che esistono, come il sindaco di Cadoneghe che nega la cittadinanza. Non c’è dubbio che la lingua sia fondamentale: a scuola serve un potenziamento per i bambini che arrivano e non sanno l’italiano. Così come per i genitori servono meccanismi premiali: se superi un esame d’italiano, diminuisci il tempo per la cittadinanza. Bisogna dare gli strumenti alle persone, non limitarle. Ma senza la lingua non si fa nulla».

Dell’esperienza parlamentare cosa ricorda?

«Tanto di bello. Siamo sempre stati al governo, quindi c’era la sensazione di incidere sul serio. Ma, in generale, la XVII legislatura era piena di gente in gamba. Il Pd aveva messo insieme una serie di senatori eccezionali».

Amicizie con qualche avversario?

«Con Antonio De Poli, oggi segretario dell’Udc, c’è stato e c’è tutt’ora un bel rapporto. Lo stesso vale per Giuseppe Marinello, che ora è in Fratelli d’Italia. Alcuni legami vanno oltre i colori politici».

A Padova il centrosinistra non ha ancora scelto il candidato sindaco. Si rischia di perdere nel 2027?

«Si rischia sempre. Dopo dieci anni può esserci anche voglia di cambiamento. Però, se si fa un lavoro di un certo tipo, valorizzando ciò che è stato fatto ma dando anche idee nuove per la città, credo che la gente ci possa seguire».

Le priorità.

«Difendere la città dal caldo e coinvolgere ancora di più il terzo settore sul sociale. Si possono fare tante cose importanti, ma bisogna riuscire a spiegarle bene alla gente e avere una persona che incarni il progetto».

Andrea Micalizzi o Antonio Bressa?

«Spero che si scelto quello che riesce a raccogliere meglio i sentimenti che ho detto».

E lei adesso che farà?

«Sono andato in pensione in anticipo per avere più tempo per fare ricerca. Finché mi diverto, lo faccio. Ma ho anche modo per andare di più in bicicletta, stare con i nipotini, fare qualche giro in più con mia moglie. E vorrei continuare l’impegno politico, di certo non con incarichi amministrativi in città».

Un altro giro a Roma?

«Che sia una candidatura in Parlamento o comunque far parte di qualche commissione, come ho fatto anche durante questi anni. Insomma, voglio dare una mano».

Dopo tanti anni di insegnamento, cosa le lasciano i ragazzi?

«L’idea che, se opportunamente stimolati, riescono a fare cose meravigliose».

E cosa pensa di aver lasciato lei?

«Spero il ricordo di una persona che si prende cura dell’altro»

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