Fine vita e biotestamento Uno studio svela i pregiudizi

Non è la lettura dell’elettroencefalogramma o di un qualsiasi esame clinico a fare la differenza. Tanto più si crede nel principio della “libera scelta”, tanto meno si considera viva una persona colpita da una malattia che limita lo stato di coscienza. Uno studio targato Università di Padova si inserisce nel dibattito sul testamento biologico, innescato dal caso di Eluana Englaro e non ancora giunto ad una conclusione che metta d’accordo le “fazioni” in lotta. La ricerca dimostra che la concezione di vita e morte non dipende da dati oggettivi, ma da un giudizio di valore precedente.
Una rivoluzione copernicana nel modo di intendere il dibattito sul fine vita, che spiega le difficoltà di raggiungere posizioni condivise. A tre anni dalla morte di Eluana Englaro non si è ancora spento l’eco del dibattito sul “diritto a morire”: è stato giusto interrompere l’alimentazione forzata, oppure sarebbe stato giusto tenerla artificialmente in vita perché, dal punto di vista clinico, Eluana era viva?
A questi interrogativi ha tentato di rispondere uno studio condotto da Lorella Lotto, Andrea Manfrinati, Davide Rigoni, Rino Rumiati e Giuseppe Sartori del dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova, in collaborazione con l’Università di Tubinga, appena pubblicato sulla rivista “Plos one”.
I ricercatori hanno indagato la percezione che le persone hanno dei pazienti che si trovano in uno stato vegetativo permanente o che hanno subito gravi traumi cerebrali al punto da ridurre la loro esperienza cosciente. Queste patologie sono state confrontate con altre nelle quali la coscienza è preservata, ma alcune funzioni legate al corpo sono compromesse, come nella sindrome locked-in, in cui il paziente, pur paralizzato, può comunicare solamente attraverso il movimento degli occhi.
«Lo scopo principale dello studio - spiega Lorella Lotto - era quello di sottoporre ad indagine empirica l’ipotesi che le posizioni sul dibattito relativo alle questioni di fine vita siano principalmente guidate dai principi morali in cui le persone credono. I risultati dimostrano che tanto più le persone abbracciano un principio morale di tipo laico, che lascia all’individuo la “libera scelta” di decidere riguardo la propria vita, tanto più considerano appropriata la richiesta di un paziente che chieda, o aveva chiesto quando era ancora cosciente, l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata». Al contrario invece, tanto più le persone abbracciano un principio morale che ritiene sacra la vita, tanto meno ritengono appropriata la richiesta del paziente.
«Se questi risultati erano attesi - continua la docente - l’importanza di questo studio emerge dai risultati che riguardano il modo in cui le persone percepiscono lo stato di vita o morte di un paziente affetto da gravi patologie cerebrali. Infatti, tanto più le persone credono nel principio della “libera scelta”, tanto più percepiscono come morti i pazienti affetti da malattie in cui la coscienza è assente o gravemente compromessa, cioè nello stato vegetativo permanente e nello stato minimo di coscienza».
I ricercatori hanno sottoposto a ciascuno studente universitario (su di un campione di 200 persone) uno tra quattro profili di persona in stato vegetativo, di minima coscienza, con sindrome locked-in ed in fase terminale, con diverse situazioni dello stato di coscienza. I ragazzi hanno espresso, in una scala di giudizio da zero a dieci, quanto quei pazienti secondo loro fossero vivi o morti. Il risultato ha aperto una nuova strada per affrontare il delicato tema del testamento biologico: è il concetto che si ha di libertà di scelta che fa la differenza, non solo motivazioni di ordine clinico o religioso.
Fabiana Pesci
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