Franceschi voleva diventare un martire

La ricostruzione della mattinata di lunedì: dalla proposta contrattuale venetista al fallito sequestro del direttore
Di Valter Belluco ; Di Valter Belluco
BELLUCO LUCIANO FRANCESCHI
BELLUCO LUCIANO FRANCESCHI

CAMPODARSEGO. L’immagine della telecamera che riprende Luciano Franceschi mentre entra lunedì mattina nella sede amministrativa della Banca Padovana mostra che tiene un foglio in mano e un borsello a tracolla. Sono piano A e il piano B della giornata: il commerciante è determinato, uno dei due andrà a buon fine.

In mano ha una proposta economica di finanziamento equo, a cui possano accedere tutte le imprese venete in difficoltà, da sottoporre al direttore generale. Basta calcoli basati su asettici fattori economici e regolamenti “Basilea” vari: devono contare la storia e la considerazione del richiedente. Se uno è onesto, lavoratore e ha dimostrato di saper fare il suo lavoro va finanziato dalla banca, e se non paga non si ricorre a Equitalia per spolparlo fino all’osso ma alla “pittima”, l’uomo vestito di rosso che all’epoca delle repubbliche marinare seguiva il debitore insolvente esponendolo alla pubblica vergogna sino a sfiancarlo. La proposta contrattuale è scritta con cura e articolata, ma siccome Franceschi immagina la risposta che riceverà, è pronto anche il piano alternativo: nel borsello ci sono la sua pistola Franchi-Llama calibro 7,65 col caricatore pieno, un altro serbatoio con 8 proiettili inseriti e una scatola con 45 colpi. E c’è specialmente il basco azzurro col fregio del Leone di San Marco su fondo rosso, parte della divisa di generale di polizia veneta. La preparazione della proposta l’ha impegnato nei giorni precedenti, domenica sera alle 23.20 ha scritto sul suo profilo Facebook: «È ora! Armatevi (e non solo di buona volontà e sacrificio) e seguitemi! E siate spietati! Forse moriremo o forse diventeremo uomini liberi. Comunque vada, almeno non rimpiangeremo ogni giorno ogni notte questo giorno fino al letto di morte di non averci provato. W San Marco. Ps, mi raccomando sempre con San Marco ben in vista».

Prima di andare a quello che per lui è un appuntamento con la storia, carica una trentina di litri di benzina divisi in tre taniche nel bagagliaio della vecchia Panda e un trolley con biancheria, beauty case, pantaloni neri e camicie blu.

Si presenta in banca alle 9,30 e chiede di parlare con Pier Luigi Gambarotto anche se non ha un appuntamento. Il direttore generale ancora non è in ufficio, viene invitato a tornare più tardi. Si ripresenta dopo venti minuti, prima di entrare posteggia l’utilitaria in retromarcia sul marciapiede, vicino all’ingresso. L’addetta al ricevimento ritelefona in direzione, dove nel frattempo Gambarotto è arrivato e accorda il permesso di farlo salire. Non si ricorda bene del caso, ci pensa un altro dirigente a ragguagliarlo mentre entra in ufficio. Franceschi sale, saluta cordialmente e nell’attesa rilegge il suo documento, poi viene fatto accomodare. Il colloquio è breve, il rifiuto di prendere in considerazione quella bozza di contratto è immediato.

Franceschi allora estrae la pistola e fa scorrere il carrello per mettere il colpo in canna: non è sua intenzione ferire il direttore, dirà poi al giudice, ma sequestrarlo. Il suo piano è barricarsi nell’ufficio tenendolo in ostaggio e aprire una trattativa con lo Stato per vedere accolta la sua proposta economica. Ma è anche disposto a morire, dirà sempre al Gip, come martire della causa di liberazione del popolo veneto. Ha immaginato un sequestro “all’americana”, con la banca circondata di polizia e reparti speciali, le telecamere delle tivù di tutto il mondo, e lui che in qualche modo è riuscito a portare su indumenti e benzina per compiere un atto clamoroso in caso di attacco delle “teste di cuoio” con addosso la sua divisa di ufficiale di San Marco.

Gambarotto però non ci sta: non è più un ragazzino ma da giovane è stato atleta professionista, è ancora ben piazzato e i riflessi pronti. Si avventa contro il venetista, urla e ingaggia un furioso corpo a corpo afferrando la pistola. Nel frangente partono due colpi che lo feriscono al torace, e un terzo che si conficca nel muro. Accorrono segretaria e colleghi, che sentono urlare dietro la porta ma non riescono ad aprirla perché i due stanno lottando proprio lì. Unendo le forze la spalancano e riescono ad avventarsi su Franceschi, gettandolo su una poltroncina e schiacciandolo col loro peso in modo che non possa puntare la pistola: nel parapiglia il caricatore è uscito, ma resta un colpo ancora in canna. Gambarotta può finalmente lasciarsi andare ed essere soccorso, mentre arrivano i carabinieri che riescono a disarmare l’uomo. «Vi ammazzo» grida durante la lotta. Dirà che sperava di morire come martire per il Veneto, dopo aver dichiarato al giudice di considerarsi prigioniero di guerra, di non riconoscere la giurisdizione italiana e di voler essere giudicato dall’alta corte di giustizia veneta. E senza bisogno di avvocati, poiché lui è ben in grado di difendersi essendo stato magistrato per ben dieci anni nelle istituzioni di autogoverno del popolo veneto. Il Gip Cristina Cavaggion lo ha ritenuto socialmente pericoloso e ha deciso che è meglio rimanga in cella.

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