Fuorilegge i "Velok" di 40 comuni veneti: Vigonza ne aveva 13

PADOVA. Convincono tutti ad alzare il piede dall’acceleratore, ma non sono in regola. Scoppia la bomba Velok dopo la pubblicazione del parere 4295 del 24 luglio scorso di Sergio Dondolini, direttore generale del Dipartimento per i trasporti del Ministero delle Infrastrutture, parere richiesto stavolta dal prefetto di Bergamo.
La risposta in “burocratese” di Dondolini è la seguente: «I manufatti in oggetto non sono inquadrabili in alcuna delle categorie previste dal Nuovo codice della strada (Dls n. 285/1992) e dal connesso Regolamento di esecuzione e di attuazione (Dpr n. 495/1992), e dunque per essi non risulta concessa alcuna approvazione, ai sensi dell'art. 45 c. 6 del Codice e dell'art. 192 c. 3 del Regolamento, da parte di questa Direzione Generale. L'art. 60 della Legge 29 luglio 2010 , n. 120, "Disposizioni in materia di sicurezza stradale", rinvia ad apposito decreto ministeriale, non ancora emanato, la definizione delle caratteristiche degli impianti da impiegare per la regolazione della velocità». E non è tutto: i velok «non possono essere classificati come impianti, in quanto privi di qualsivoglia dispositivo deputato alla specifica funzione, essi probabilmente non potranno neppure essere ricondotti alla futura nuova disciplina che sarà introdotta in attuazione del suddetto art. 60 L. 120/2010. L'eventuale impiego come componenti della segnaletica non può essere autorizzato in quanto i manufatti non sono riconducibili ad alcuna delle fattispecie previste dal vigente Regolamento».
In altre parole, nessuno è andato al ministero dei Trasporti a richiederne l’omologazione, non assomigliano ai dissuasori così come debbono essere fatti per legge, non sono cartelloni stradali anche se riportano il limite di velocità perché non hanno le dimensioni previste. Sono validi solo come contenitori di autovelox, se però hanno il vigile vicino. Insomma, il ministero non li riconosce ma, dice ancora Dondolini, «allo stato attuale, a parere di questo Ufficio, l'unico impiego consentito è quello che prevede l'installazione al loro interno di misuratori di velocità di tipo approvato, ovvero quando è previsto, all'interno delle strategie di controllo delle infrazioni, adottate dagli organi di polizia stradale, un ricorso frequente all'utilizzo di box di contenimento per collocarvi un rilevatore mobile, considerato che anche una collocazione fissa non implica necessariamente un'attività di rilevamento continuativa; in tali casi si applicano le disposizioni vigenti in materia di controllo della velocità». Dunque i VeloOk possono servire per far multe. Ma anche qui i pareri sono discordanti perché, come ha dichiarato ieri l’avvocato Salvatore Verdoliva a Repubblica, «ogni manufatto apposto sulle strade deve avere una copertura regolamentare che ne definisca caratteristiche estetiche, tecniche e normative. Un verbale di infrazione accertato con quelle colonnine è contestabile». Allora i VeloOk vanno utilizzati come “scatoloni”? Costano sui duemila euro l’uno. E funzionano: fanno rallentare per davvero gli automobilisti.
Lo ricorda anche l’azienda che li ha ideati e prodotti. «Abbiamo chiesto ancora all’inizio al ministero dei Trasporti se c’era la necessità di avere un’omologazione di questo strumento, ci è stato risposto di no. Altrimenti avremmo attivato la procedura. Dobbiamo solo avere l’autorizzazione del proprietario della strada», dichiara Nicola Mazzonetto, direttore di Confservizi Veneto, società a totale capitale pubblico. «Del resto il nostro progetto è nato per sensibilizzare la popolazione e fare in modo che si vada più piano. Per questo lo abbiamo battezzato “Noi Sicuri” e ha come finalità primaria quella di ridurre incidenti e morti. I dati che abbiamo rilevato lo dimostrano: fa rallentare ed è questo che conta. Il resto dipende dall’uso che ne fa un’amministrazione. Se diventa uno strumento repressivo, questo esula dalla nostra sfera di competenza».
Il Velok viene commercializzato attraverso la società Plus Service, al 100% di proprietà di Confservizi e di cui Mazzonetto e l’ad. «Si può immaginare che una società a totale capitale pubblico vada contro il Codice della strada?» aggiunge Mazzonetto. «È poi un sistema che mutua quello del tutor. Ma il tutor non è applicabile sulle regionali e comunali».
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