«La natività misura quanto ci manca per essere credibili, continuiamo a farlo»

Don Marco Pozza, cappellano del carcere, accetta la sfida di don Luca «Non generalizziamo. E poi gli ipocriti ci sono anche nei Vangeli» 

PADOVA.

«Evitiamo di generalizzare e di dire che sono tutti ipocriti quelli che fanno i presepi. Generalizzare è la passione rinomata di Lucifero». Don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere Due Palazzi, non si sottrae al dibattito, anche se a denti stretti ammette che non gli piace: «Ogni anno finiamo a parlare di questo», protesta.

Però quest’anno c’è il tema d’attualità, il decreto sicurezza che mette in strada migliaia di migranti. E allora, come dice don Luca Favarin, è ipocrita tacere di fronte a quello che accade o addirittura applaudire e poi a casa fare il presepe simbolo di accoglienza?

«Ammettere che certe volte ci sia un uso strumentale della simbologia cristiana è lampante. Nei Vangeli, però, sono citati anche gli ipocriti, non sono cancellati. Smascherarli serve a Gesù per dire: “Non fate come loro!” Dunque servono a qualcosa nell’avventura del Regno: fanno da contraltare alla verità. Il grano e la zizzania, Zaccheo contro Caifa. È il sogno dei banditi: pochi doveri impegnativi e molti privilegi. Si vorrebbe vivere il cristianesimo come si mangia una pizza, a spizzichi: “Questo gusto sì, questo no. L’altro? Fammici un attimo pensare”. L’immigrazione è un problema, la dignità nelle carceri un altro, la disoccupazione un altro ancora. L’ipocrisia esiste perché esiste la bellezza: si vorrebbe la mandorla ma non si accetta di rompere il guscio».

La reazione alle parole di don Luca è molto dura e quasi tutti difendono il presepe. Ma non c’è il rischio che ci si schieri più per il simbolo che per ciò che rappresenta?

«Fare il presepio è costruire un recinto: la grotta, lo steccato, il ponticello. Si imprigiona Dio in un luogo. Non si capisce il Natale, però, senza la festa dell’Ascensione: in quella festa Dio “scapperà” dal presepio, per tornare lassù. Nel mezzo cos’è accaduto? Che Dio ha tracciato una strada: entrare nel mondo, sposarne il suo dramma, illuminarlo e portarlo lassù».

Fin qui c’è il significato. E il simbolo?

«Il presepe è anche provocazione, perché quella storia diventi ispirazione per il maggior numero di storie. Rimanesse un simbolo, sarebbe un fallimento: la Croce è storia, mica una favola. È la storia di un rifiuto – «Non c’era posto per loro nell’albergo» – di fronte al quale il menefreghismo non ha vinto. Noi, in carcere, proprio ieri abbiamo iniziato a costruire il presepio. Avremmo anche noi mille motivi per non farlo. Invece lo facciamo: facendolo, misuriamo meglio quanto ci manca ancora per essere veramente credibili. Il non farlo sarebbe il più anti-evangelico dei gesti: “Siccome qualcuno usa male il presepio, allora non lo faccio più”. Satana gode: cancellare i simboli, per quanto fragili possano essere, è l’ultima sua macchinazione. Anche fraintenderli, avete ragione: quel pirlone è di una intelligenza sopraffine. Difficile reggergli il ritmo senza stare in ginocchio».

Perché, come già con il crocifisso, tanti si indignano se un simbolo viene messo in discussione ma non fanno una piega se si calpesta un principio come la fratellanza?

«Perché il simbolo custodisce una storia che è molto più grande di noi: è come se toccassero la nostra mamma, il nostro papà. Dipendesse dalla mia capacità di vivere in pienezza il Vangelo, dovrei cancellarne il novantasette per cento della simbologia che uso per professare la mia fede. Non posso negare, però, che a casa-mia (la chiesa) ci sia gente che riesce a viverlo appieno. Allora mi aggrappo alla forza di quel simbolo per una sorta di amore-non-corrisposto. Il problema nasce quando il simbolo lo si vive come simbolo e basta: il cristianesimo diventa superstizione. In questo ha ragione don Luca, del quale ammiro da anni la sua statura-di-povertà: un Cristo facile è quasi sempre un Cristo sbagliato: “Vado pazzo per le mandorle, ma non chiedermi di rompere il guscio. Questo no”. Cosa dire? Spaccati pure i denti. Dannati pure l'anima». —

Cristiano Cadoni
 

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