Lotta all’Aids: a Padova e Parigi due venete battono il virus

La scoperta che apre una speranza: un gene modificato impedisce l’infezione da Hiv. La ricerca di Marina Cavazzana Calvo e Cristina Parolin
FAVARATO INTERPRESS/TAGLIAPIETRA. 19.01.2013.- PREMIO "STELLE DELLA FENICE" A MARINA CAVAZZANA. NELLA FOTO, MARINA CAVAZZANA
FAVARATO INTERPRESS/TAGLIAPIETRA. 19.01.2013.- PREMIO "STELLE DELLA FENICE" A MARINA CAVAZZANA. NELLA FOTO, MARINA CAVAZZANA

PADOVA. Una sperimentazione, un’idea che potrebbe rivoluzionare lo scacchiere sanitario mondiale. Cancellare l'Aids dalla faccia della Terra grazie ad un gene capace di chiudere fuori dalla porta della cellula il virus, impedendogli di moltiplicarsi, di distruggere il sistema immunitario. Non più terapie che tengono sotto controllo la malattia, vaccini che purtroppo, fino ad oggi, non si sono dimostrati efficaci. Nei laboratori di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova da due anni si lavora per mettere a punto le armi geniche per spuntare l'Aids. Ed ora la sperimentazione è pronta a partire: una collaborazione Padova-Parigi, che vede impegnate in prima linea due donne, da una parte Marina Cavazzana Calvo, pioniera della terapia genica, e dall'altra Cristina Parolin, microbiologa dello staff del professor Giorgio Palù. La città del Santo mette le armi, mentre la capitale francesce ha selezionato i primi pazienti su cui sperimentare l'approccio combinato per dire addio all'Aids: da una parte le staminali, dall'altra geni mutati in laboratorio per mettere a tacere il virus, una volta per tutte.

La terapia funziona in vitro, funziona nei topolini da laboratorio. Ora la sperimentazione è pronta a passare al livello 3, l'uomo. Padova per ora fornirà le “armi”, quel vettore che trasporta il gene mutato in laboratorio, capace di rendere innocuo il recettore dell’Hiv. Silenziato quello, il virus non ha più appigli. Palù tuttavia ha dato avvio alla procedura per portare anche in Italia la sperimentazione. I tempi saranno più lunghi rispetto alla Francia, dotata di procedure burocratiche di gran lunga più snelle. «Saranno trattati i pazienti Hiv positivi che abbiano sviluppato un linfoma», spiega Giorgio Palù, «Cristina Parolin ha messo a punto il vettore con cui trasferire nel corpo del paziente i geni terapeutici». Tutto nasce da una scoperta quasi casuale, finita nei libri di medicina al capitolo “il paziente di Berlino”. Un uomo affetto da linfoma e Hiv è stato sottoposto ad un trapianto di midollo. I medici volevano eradicare la leucemia, ma con sorpresa si sono resi conto che dopo il trapianto era sparita pure l'infezione. Miracolo? Nemmeno per idea. Il donatore era portatore di una mutazione genetica, che rende le cellule impermeabili all'Hiv. Da quel giorno è partita la sfida: tentare di replicare quella mutazione in laboratorio. «Usiamo come vettore lo stesso virus Hiv, reso però apatogeno, il quale trasporta un gene terapeutico che rende le staminali resistenti all’infezione», spiega Marina Cavazzana Calvo, «Il procedimento è quello dell’autotrapianto. Prendiamo le staminali infettate dal malato, gli somministriamo chemioterapia per distruggere quelle che si riproducono, malate e sane, e nel frattempo lavoriamo in vitro le sue staminali, o quelle di un donatore, per modificarle introducendo nel nucleo il vettore con il gene terapeutico. Così ripulite dal virus e dotate di un gene capace di impedire all’Hiv di entrare nelle nuove cellule e di riprodursi, le reimpiantiamo nel paziente. La terapia sperimentale nel t. opo funziona, ma non possiamo sapere se gli stessi risultati saranno replicabili nell’uomo».

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