Uccise la figlia, sconto di pena perchè la cella è troppo piccola

Adalberto Chignoli ha avuto una detrazione di 66 giorni dalla condanna a 30 anni come risarcimento

PADOVA. Dieci anni fa, 1 ottobre 2007. Adalberto Chignoli, 56enne mediatore finanziario con debiti per quasi 700 mila euro, scarica l’intero caricatore del suo revolver Mauser 7.65 contro la figlia Camilla, 21 anni, neolaureata. L’arma s’inceppa più volte. Lui non si pente. Anzi, ci riprova. Preme di nuovo il grilletto. E spara. Spara ancora, uccidendo di spalle la “sua” ragazza, senza guardarla mai negli occhi, nella stanza al primo piano dell’allora villetta di famiglia all’Arcella, in via Vecellio 26. Poi scappa, vagando sei ore in giro per la città prima di consegnarsi alla Squadra mobile.

Dieci anni dopo. Oggi Adalberto Chignoli è un detenuto modello. Almeno così viene descritto quel padre-assassino che sta scontando 30 anni nel carcere di Verona. E che trascorre il fine-settimana svolgendo attività di volontariato e di assistenza. Fine pena il 21 settembre 2035 e un permesso di lavoro ottenuto il 31 gennaio scorso grazie al quale è impegnato nel bar della struttura penitenziaria più ore al giorno. Di più, un risarcimento incassato dallo Stato perché è stato recluso in una cella troppo piccola: 66 giorni di condanna scontati dalla pena trentennale per omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela. Anche un assassino-figlicida (per usare il termine tecnico di derivazione latina) ha diritto a quel ristoro grazie alla nuova normativa introdotta dal decreto legge 92 del 26 giugno 2014 che adempie alle direttive dettate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nei confronti dello Stato italiano. Normativa che prevede lo sconto di un giorno, ogni dieci trascorsi in celle inferiori ai tre metri quadrati.

Il padre killer. «È un detenuto modello e sta facendo un ottimo, direi impeccabile percorso, grazie al lavoro e al volontariato» spiega il suo difensore, il penalista Cesare Vanzetti. «È un lento scivolamento verso spazi di libertà ottenuti mano a mano che Chignoli riesce a conquistare la fiducia». Eppure, a distanza di dieci anni, resta oscuro il movente del delitto che ha spinto all’orrendo crimine l’uomo, nato a Vaprio d’Adda nel Milanese, cresciuto all'Arcella, studente lavoratore, una carriera in banca lasciata perché decide di mettersi in proprio stregato dal pallino della finanza. Ma il benessere economico viene bruscamente interrotto da un’inarrestabile emorragia di soldi. Chignoli aveva creato la società di mediazione Procredit, dopo essere stato mandato via da Finagen, società di leasing e di credito al consumo dismessa dalla Generali e con cui era in causa. Un’avventura finita male.

Dopo l’arresto ammette: «Dal 2005 non guadagnavo più. Ma non ho mai detto nulla a casa: questo è stato il mio errore». Camilla, forse, aveva intuito. Tanto da aver confidato ad alcune amiche che non sapeva se si sarebbe iscritta alla scuola di specialità dopo aver conseguito la laurea breve: mancavano poche settimane alla morte. Dal padre-killer solo una vaga spiegazione: «Non so cosa mi sia accaduto. Ho parlato con lo psicologo. Mi ha detto che probabilmente in quella mezz'ora di black out della mia mente avrei potuto uccidere chiunque. Se fossero stati in casa, pure mia moglie e l'altro mio figlio». Con gli investigatori, però, Chignoli aveva cercato di cavalcare l’ipotesi che Camilla (gioventù in parrocchia, liceo Marchesi, fresca laurea in Scienze Politiche) si fosse sparata da sola, per sbaglio. Una menzogna: per calcolo o per quella memoria a macchia di leopardo provocata dallo stress dovuto al dissesto finanziario? Dopo l’omicidio forse provocato da un rimprovero della figlia, Adalberto Chignoli ha la freddezza di inviare un sms alla moglie: «Non entrare in casa». Lei, invece, si precipita.

La figlia massacrata. Camilla è a terra nella camera da letto al primo piano della villetta, la testa fracassata da 7 degli 8 colpi sparati dal padre che l’ha colpita spalle mentre stava provvedendo al cambio della biancheria negli armadi in vista della stagione autunnale. «Chiedo perdono per quello che ho fatto... Penso sempre a mia figlia, la mattina quando mi sveglio e la sera... Chiedo perdono...» aveva implorato il padre-killer rivolto ai giudici dell’appello. Senza mai svelare, ieri come oggi, il segreto di quel delitto.
 

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