Cavazzoni racconta Celati: «Il nostro legame prezioso più di un innamoramento»
Cavazzoni è uno dei cinque finalisti con Storia di un’amicizia, edito da Quodlibet. Due scrittori uniti per decenni da avventure, passioni, conversazioni e dalle letture ad alta voce. «Come tifosi parlavamo dell’Orlando Furioso. Io e lui come don Chisciotte e Sancho Panza»

Due grandi scrittori, una lunga amicizia. Gianni Celati è morto 4 anni fa ed Ermanno Cavazzoni ha deciso di raccontarlo, seguendo il filo dei ricordi, delle avventure vissute insieme, degli amori letterari. In Storia di un’amicizia (Quodlibet, 252 pagine, 16 euro) si racconta l’amore per i libri, per i paesaggi, per le storie bislacche, per l’arte antica della conversazione. Il vincitore della sessantaquattresima edizione del premio Campiello si scoprirà nel corso della serata del 3 ottobre al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia.
Partiamo dal titolo, Storia di un’amicizia: che cosa ha imparato su questo sentimento?
«Non so cosa ho imparato, ma mentre lo scrivevo ci ho pensato molto. Un’amicizia che dura decenni ti costringe a interrogarti. Se devo dire cosa ho imparato, direi questo: che è una delle cose più preziose che esistano. Persino più dell’innamoramento, che pure ha una sua intensità. L’amicizia, invece, riempie la vita in modo continuo, la sostiene, la accompagna. Non saprei formularlo in modo teorico, ma è un’esperienza che si sedimenta e che, mentre la vivi e poi mentre la racconti, ti appare sempre più essenziale».
L’amicizia con Celati nasce anche da una passione condivisa per i poemi di Ariosto e Boiardo.
«L’Orlando furioso è stato un vero e proprio cemento tra noi, come accade a due tifosi che scoprono di sostenere la stessa squadra. È raro trovare lettori appassionati di Ariosto, fuori dall’ambito accademico, e quando ci siamo incontrati parlavamo di lui con entusiasmo, come se fosse vivo tra noi. Questo ci ha dato anche un gusto comune: quello per gli autori un po’ “perduti”, secondari, non canonici. Ariosto stesso, paradossalmente, non è al centro dell’educazione scolastica, viene sfiorato. E da lì siamo arrivati anche a Boiardo, ancora più marginale, con una lingua imperfetta, piena di residui dialettali. Questo amore per le forme irregolari, per le digressioni, per il racconto che si ramifica, ha influenzato anche il modo in cui il libro è costruito».
Nel libro vi si immagina quasi come due cavalieri erranti che attraversano l’Emilia raccontando storie.
«Più che cavalieri direi Don Chisciotte e Sancho Panza. Celati era più vicino a Don Chisciotte: animoso, combattivo, un po’ visionario. Io avevo un ruolo più equilibratore, cercavo di riportarlo alla misura quando si lasciava prendere dall’ardore. Ma allo stesso tempo ci sentivamo anche una coppia comica, come Stanlio e Ollio. Anzi, credo che i grandi comici rappresentino l’umanità nella sua verità più profonda».
A proposito di comicità, lei dice che Celati era uno dei fratelli Marx.
«Avevamo una passione comune per il cinema comico, quello muto o del primo Novecento: Celati si sentiva in particolare vicino a Harpo Marx, il fratello muto. E negli ultimi anni della sua vita, quando aveva perso in gran parte l’uso della parola, comunicava soprattutto con i gesti, proprio come Harpo. Era commovente e allo stesso tempo anche un po’ buffo. Mi è venuto da pensare che le nostre predilezioni non siano casuali: forse anticipano ciò che diventeremo. Celati aveva sempre amato figure silenziose, come il Bartleby di Melville, e alla fine è diventato un po’ come loro».
Quanto ha inciso l’emilianità nel vostro rapporto?
«Celati si sentiva ferrarese, io sono nato a Reggio Emilia, e poi entrambi abbiamo vissuto a Bologna. C’è un filo che lega queste città, anche storicamente, se pensiamo all’epoca di Ariosto e Boiardo. Questa appartenenza si riflette anche nella lingua, nell’accento, nel modo di raccontare. Ci piaceva molto leggere ad alta voce. Non ci interessava una dizione neutra e astratta: volevamo mantenere il nostro accento, la nostra cadenza. Anche la rivista che facevamo con altri amici portava questa impronta padana».
Nel libro emerge un continuo intreccio di storie, come se il racconto potesse non finire mai.
«Celati mi ha trasmesso l’amore per la novella italiana medievale. In quei testi le storie che circolano, vengono raccolte e rielaborate, ma non hanno un autore unico e definito. Sono come le barzellette: nascono dalla circolazione orale. Anche noi ci raccontavamo continuamente storie, in trattoria, passeggiando, e dicevamo: questa va scritta. Il libro nasce anche da questo deposito comune. Molti racconti li abbiamo condivisi, e poi io li ho messi su carta».
Scrivendo di Celati lei finisce anche per raccontare sé stesso.
«Anche se non ho mai scritto autobiografie e considero il privato qualcosa di molto riservato, in questo caso è come se mi fossi sdoppiato: osservavo noi due dall’esterno, come personaggi. In questo modo sono emerse anche parti di me che normalmente non avrei raccontato: gelosie, episodi familiari, frammenti personali».
Il libro parte da toni buffi ma poi affronta la malattia e la morte.
«All’inizio volevo proprio raccontare gli ultimi anni, perché mi avevano colpito profondamente. Non ero nemmeno riuscito a partecipare al funerale, per via del Covid. Però scrivendo ho capito che non si poteva raccontare la fine senza raccontare tutto quello che c’era stato prima: la vitalità, le avventure, la gioia. Il libro, quindi, è nato come un confronto tra due tempi: la pienezza della vita e la sua conclusione. Solo così la fine non diventa solo tragica, ma acquista un senso».
È finalista al Campiello per la seconda volta. Impressioni?
«Il Campiello lo sento vicino a me, anche regionalmente. Le persone della giuria che conosco sono persone stimabili e questo è importantissimo per un premio: se mi giudica una persona stimabile allora mi fa bene se c’è invece una giuria fatta di chiacchieroni, di dementi o di gente disprezzabile, allora lo sento come un esame di maturità fatta da professori fetenti».
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