Sammy Basso ci ha istruiti a non sprecare la nostra vita
Sammy era un artista del vivere. Un narratore che metteva a disposizione il suo percorso come fosse una coordinata da cui poter misurare i nostri inciampi, spesso risibili, e trovassimo una direzione, quando non una motivazione, per superarli

Ho conosciuto Sammy Basso alla presentazione di un suo libro, in una sala straripante di gente. Benché, da insegnante di scienze, conoscessi la progeria, l’alterazione provocata da una mutazione genetica e ne avessi subito la fascinazione narrativa tanto da costruire, in un romanzo, un protagonista che era un “giovane vecchio”, Sammy mi aveva emozionato.
Non è semplice vivere in un corpo che invecchia oltre misura. Eppure Sammy trasmetteva un’innegabile energia vitale, attraeva e non respingeva. Sembrava trasparente ed era travolgente.
Quando appariva in qualche ripresa, programmi o telegiornali, lo guardavo e ascoltavo con una simpatia sincera. Anche pochi giorni fa. Nasceva, questa emozione, dal considerare strepitosamente positivo il modo con cui si poneva nel mondo. Le cose che sapeva dire a tutti noi, pur coscientemente seduto su quell’ottovolante che era la sua malattia, un contenitore di fogli di calendario assai più piccolo di quello capitato alla maggior parte dei viventi.
Sammy sapeva di camminare su un sentiero breve e lo sapeva fare con eleganza. Non sprecava il suo tempo a recriminare contro la lotteria della vita: la progeria infatti è estremamente rara.
Era un artista del vivere. Un narratore, non solo perché ha scritto libri, ma perché metteva a disposizione il suo percorso come se fosse una coordinata dalla quale poter misurare i nostri inciampi, spesso risibili, e trovassimo una direzione, quando non una motivazione, per superarli.
Non credo mai che sia possibile racchiudere un’esistenza dentro una sequenza di parole. Penso che siamo molto di più di un romanzo. Eppure nel romanzo dell’esistere di Sammy c’è un’infinità di pagliuzze dorate, di suggestioni, di grandi personaggi.
Per questo, da genitore, penso ai genitori di Sammy. Perché la stoffa che ha mostrato quel giovane con la progeria discende anche da una grande madre e un grande padre. Due persone chiamate ad attraversare un territorio difficile, poteva essere il polo artico del vivere, inospitale e capace di congelare ogni speranza. Invece hanno percorso, con caparbietà, millimetro dopo millimetro un difficile tragitto di cui si sa, purtroppo, l’esito, ma di cui si accetta e si fa apprezzare ogni secondo e ogni respiro.
Non limitiamoci al dispiacere. Immagino che Sammy non lo vorrebbe. Impariamo che vivere non è stendersi sopra un divano, ma intraprendere un grande viaggio. Che la vita non va sprecata e merita obiettivi alti. E che la capacità di raggiungere obiettivi alti non dipende dalla futile estetica delle mode e delle apparenze. La vita non è mai breve se ne comprendi il valore.
E tra i valori che non vanno dimenticati deve esserci la capacità di guardare alla diversità con curiosità sorretta dal rispetto, con empatia. Perché può donare il sorriso di chi non si arrende, il sorriso che Sammy mostrava tante volte. Quello resta.
E resterà, se saremo capaci di ammettere che essere umani, umani di valore, non dipende dalla pelle, dal denaro, dalla bellezza, dai vestiti, ma dal riconoscere l’ampiezza delle tante esistenze diverse dalla nostra.
Sammy, per i suoi 28 anni, è stato un’enciclopedia.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova









