L’opposizione c’è, ma ondivaga e senza leader

L’opposizione ha ritrovato, martedì scorso, una inaspettata unità d’intenti in Parlamento. L’occasione si è presentata durante l’ottava votazione – andata a vuoto come le precedenti – per l’elezione di un giudice della Corte Costituzionale, vacante dall’11 novembre 2023.
Il centrosinistra, per una volta compatto, ha deciso di non presentarsi in aula, costringendo dunque il destra-centro a fare scheda bianca. Il blitz della maggioranza non è riuscito, anche se Giorgia Meloni insiste su Francesco Saverio Marini, consigliere giuridico di Palazzo Chigi.
Il metodo stavolta ha funzionato, a differenza del voto sulla Rai, dove M5s e Avs hanno invece partecipato all’elezione del nuovo cda della tv di Stato, contrariamente alle intese che aveva cercato di raggiungere la segretaria del Pd, Elly Schlein. Resta tuttavia da capire quanto sia ripetibile.
Come testimoniano le differenze sulla politica estera, i problemi sono ben presenti anche dentro i partiti, non soltanto all’interno della coalizione. Basta ricordare il recente voto all’Europarlamento sull’invio delle armi all'Ucraina, che ha spaccato il Pd.
O le discussioni sul Campo largo, che hanno coinvolto i partiti in vista delle tre elezioni regionali delle prossime settimane. In Emilia-Romagna Pd e M5s potrebbero non aver perso l’intesa, ma comunque a scapito dell’accordo con Matteo Renzi, fortemente inviso sia a un pezzo del Pd sia, soprattutto, a Giuseppe Conte.
Il caso del voto in Parlamento sul giudice della Consulta però è significativo. Se l’opposizione trova un accordo, una visione comune, è in grado di mettere in difficoltà la maggioranza. Soprattutto in quelle circostanze in cui l’oggetto della contesa riguarda gli assetti istituzionali e democratici dell’Italia. L’elezione di un giudice della Corte costituzionale, infatti, non dovrebbe risolversi in una dittatura della maggioranza, ma nella pacifica trattativa parlamentare.
Ed è proprio sul prossimo scrutinio sulla Consulta che la minoranza potrebbe ritrovare l’unità già mostrata questa settimana.
Difficile però che gli avversari di Meloni possano trovare una costanza tale in ogni circostanza. Mentre la maggioranza di Palazzo Chigi si barcamena fra mille difficoltà, su più fronti (Daniela Santanchè alle prese con guai giudiziari; le osservazioni di Bankitalia sul Piano Strutturale di Bilancio; l’attivismo di Forza Italia), il governo resta solido e la fiducia in Meloni non cala.
Segno che la variegata minoranza di centrosinistra non risulta ancora credibile agli occhi dell'elettorato.
In effetti, c’è anche un problema non secondario per l’opposizione: anche qualora i partiti di centrosinistra trovassero una stabile alleanza, chi potrebbe mai fare il capo della coalizione? La destra ha Meloni, la sinistra non riesce ad accettare una leadership. Per mancanza di fiducia, di senso d’appartenenza. Ma è una necessità. Perché il metodo serve, ma è fondamentale anche un leader (o una leader). Altrimenti rimangono soltanto le belle intenzioni, e certe volte neanche quelle.
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