Due aspiranti papà sognano l’adozione: «Col nostro amore aiutiamo un bimbo, valutateci come genitori»
Due trevigiani davanti alla Corte costituzionale per accedere a un’adozione internazionale: «Non vogliamo essere bandiere di alcun movimento. La genitorialità non ci spetta, la cerchiamo con altruismo»

Esistono desideri che non arrivano all’improvviso, ma crescono piano, insieme a una storia d’amore. «Non sogniamo una famiglia perfetta, ma una vita normale: dare amore a un bambino e realizzare insieme il suo futuro». Paolo e Gianni, nomi di fantasia per tutelare la loro privacy, sono i due aspiranti papà che vorrebbero accedere all’adozione internazionale.
Una vicenda finita davanti alla Corte costituzionale. Loro, intanto, vivono l’attesa della sentenza senza anticipare il domani. Con la speranza, ma anche con la consapevolezza di quanto sia difficile questa battaglia. «Non vogliamo essere bandiere di nessun movimento politico. Lo facciamo per noi, ma anche per tutti quei bambini che aspettano una famiglia e per le persone a cui oggi viene negata questa possibilità».
Quando è nato il sogno di diventare genitori?
«È maturato negli anni. Dopo tante difficoltà affrontate sempre insieme, sentiamo che diventare genitori potrebbe portarci a una completezza ancora più grande. Per noi significherebbe trasmettere valori, condividere ciò che abbiamo imparato e lasciare un’eredità di insegnamenti, prima ancora che di cose materiali. Abbiamo costruito una vita insieme, un equilibrio, un modo di prenderci cura l’uno dell’altro, ci piacerebbe poter trasmettere tutto questo a un bambino, accompagnandolo nella crescita. Noi non pensiamo alla genitorialità come a qualcosa che ci spetta a ogni costo, ma come a una possibilità per dare stabilità e amore a un bambino che si trova in stato di abbandono».
Come state affrontando questo percorso?
«Passo dopo passo, senza costruirci aspettative troppo grandi. Ogni volta che arriva una conquista, anche piccola, la viviamo con gioia. Ci vuole anche pazienza nel confrontarsi con norme e tempi che non dipendono da noi. Se il nostro percorso potrà contribuire a cambiare qualcosa, ne saremo felici. Ma la motivazione più profonda resta personale: accogliere un bambino e prendercene cura».
Il tribunale per i minorenni di Venezia ha rimesso la questione alla Corte costituzionale e voi vi trovate in una sorta di terra di mezzo.
«È una situazione di stallo che, in un certo senso, racconta anche il modo in cui in Italia si affrontano da sempre i diritti civili. Vorremmo che la nostra vicenda fosse guardata per quello che è: la storia di due persone che si amano e chiedono di poter essere valutate come genitori. Siamo nel 2026, il mondo cambia e le famiglie non sono più tutte uguali: allargate, omogenitoriali, padri e madri omosessuali. È realtà. Non pretendiamo che tutti condividano il nostro percorso ma che non venga giudicato su pregiudizi».
Come vivete l’attesa?
«Navighiamo a vista. Se la notizia sarà positiva, naturalmente ci sarà una gioia enorme. Se invece la Corte dovesse darci torto, proveremmo rabbia e delusione, soprattutto per il senso di ingiustizia che accompagnerebbe un altro ostacolo al nostro progetto, anche se siamo consapevoli di aver fatto tutto il possibile finora. Qualunque cosa accada, questa vicenda non finirà necessariamente qui, ma è doloroso sentirsi dire che il proprio progetto di famiglia non può nemmeno essere preso in considerazione».
Se mettete da parte per un momento tutto l’iter, che cosa vedete quando immaginate la vostra famiglia?
«La normalità. Nulla di più. Le cose che fanno parte della quotidianità di tanti genitori: accompagnare un figlio a scuola, preparare la cena, aiutarlo a fare i compiti, ascoltarlo quando ha una giornata difficile, condividere una scoperta, una risata. Immaginiamo di esserci come punto di riferimento».
Se oggi poteste parlare direttamente a quel bambino o a quella bambina che ancora non conoscete, ma che da tempo immaginate nella vostra vita, che cosa gli direste?
«Che un futuro migliore è possibile. Per lui, per lei e per tutti i bambini che stanno aspettando una famiglia e un’opportunità per crescere con amore, rispetto e stabilità. Questa non è soltanto una battaglia che riguarda le persone Lgbtq+ è una questione più ampia, che riguarda i diritti civili, la capacità di riconoscere le trasformazioni della società e il coraggio di non lasciare indietro nessuno. Esistono esperienze internazionali da cui possiamo imparare. A quel bambino diremmo che lo aspetta un mondo che può essere migliore di quello che vediamo oggi. E che noi, nel nostro piccolo, vorremmo contribuire a renderlo tale».
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








