Sul tetto dell’auto in corsa per un video, ora rischia di morire: il fenomeno in aumento
Dalla Marca trevigiana al Mantovano, cadute gravissime e vittime durante evoluzioni e riprese azzardate su auto in movimento. Il fenomeno dei raduni non autorizzati e del car surfing: i rischi e le responsabilità per chi guida

Non è un caso isolato. La caduta del ventitreenne jesolano precipitato dal tettuccio di una Opel Frontera in via Piemonte, a Padernello di Paese nel trevigiano, e ora ricoverato in condizioni gravissime al Ca' Foncello di Treviso, rientra in un fenomeno che da anni ritorna nelle cronache italiane: il cosiddetto car surfing, cioè le evoluzioni sul tetto, sul cofano o sul bagagliaio di un'auto in movimento, durante competizioni di strada (il più delle volte non autorizzate) e riprese video durante raduni di street racing.
Quasi sempre per un video da postare, una scommessa tra amici o una serata che prende la piega sbagliata.
Che cos'è il car surfing
Il meccanismo è sempre lo stesso. Qualcuno sale sull'auto, il conducente accelera o affronta una curva, e basta una frenata, uno scarto, un colpo di sterzo per perdere l'equilibrio. Sul tetto non c'è nulla a cui aggrapparsi.
La caduta avviene da un'altezza di oltre un metro e mezzo, spesso a velocità sostenuta, e quasi sempre la testa è la prima a toccare l'asfalto: per questo gli episodi finiscono molto più spesso con un trauma cranico che con una semplice contusione.
I precedenti in Italia
Negli ultimi anni il copione si è ripetuto con variazioni minime. Nell'agosto 2012, nel Mantovano, un uomo di 35 anni si era sdraiato sul tetto di un'auto guidata da una ragazza. La vettura è uscita di strada e lui è finito a circa cento metri di distanza, ricoverato in rianimazione a Brescia in condizioni disperate.
Nel maggio 2017 ad Adria, nel Rodigino, un diciannovenne è stato sbalzato sull'asfalto da una curva improvvisa mentre faceva car surfing sull'auto di un coetaneo, con grave trauma cranico e lesioni multiple.
Nel gennaio 2024 la Marca trevigiana ha vissuto una doppia tragedia, tra Cimadolmo e Ormelle. Un diciottenne è morto in ospedale dopo essere caduto dal cofano di un'auto guidata da un amico ed essere stato travolto dalle ruote. Poco dopo, un ventenne è rimasto gravemente ferito, con lesioni cerebrali, in una dinamica analoga.
Ad agosto 2026, a Rivalta sul Mincio, nel Mantovano, un ventenne si era messo sul cofano di un'auto in movimento guidata da un amico. Dopo una frenata e una ripartenza è caduto battendo la testa. Il conducente è stato denunciato per lesioni stradali gravissime.
Cosa rischia chi guida
Al di là del dramma sanitario, le conseguenze giudiziarie sono pesanti.
Chi è al volante risponde di lesioni personali stradali gravi o gravissime (art. 590-bis del codice penale) e, nei casi fatali, di omicidio stradale (art. 589-bis).
Il fatto che l'altra persona fosse consenziente, o addirittura l'ideatrice della bravata, non cancella la responsabilità del conducente. A queste si aggiungono le possibili azioni di rivalsa delle assicurazioni per condotte contrarie al Codice della strada, che possono tradursi in risarcimenti molto onerosi per i guidatori e le loro famiglie.
Il caso Padernello
Nel caso di via Piemonte, la dinamica è ancora al vaglio dei carabinieri, che dovranno ricostruire la caduta e le modalità con cui si svolgeva il raduno.
Quel che è emerso finora, compresa la dichiarazione della sindaca Katia Uberti, secondo cui l'evento non era stato autorizzato né comunicato, conferma lo schema già visto in altre zone: ritrovi organizzati online, aree industriali isolate, decine di ragazzi e telefoni puntati sulle manovre.
La differenza tra un raduno e una prova di abilità su strada aperta, in fondo, sta tutta qui: lo spazio protetto, le regole e i soccorsi pronti da una parte, il rischio affidato al caso dall'altra.
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