Caso Franzoso, il pressing di Roda sulle due Procure: «Vediamoci per sanare la situazione»
Il presidente della Fisi il 24 settembre ha scritto una lettera agli uffici federali: «Il fascicolo può generare serie difficoltà nel rapporto con i nostri assicuratori. È posto a base della diffida e delle pretese risarcitorie della famiglia Franzoso»

L’ingerenza di Flavio Roda. Il presidente uscente della Fisi, non confermato alle ultime elezioni della Federazione, in una lettera inviata lo scorso 24 settembre al procuratore capo del Coni, Ugo Taucer, e alla procuratrice federale della Fisi, Stefania Cappa, chiedeva un incontro ai due vertici della giustizia sportiva per rivedere le argomentazioni espresse nel provvedimento del caso Matteo Franzoso.
Il motivo?
Quel provvedimento avrebbe potuto causare alla Federazione problemi con la giustizia ordinaria e con le assicurazioni, visto che la Fisi rischiava di dover risarcire ai genitori una somma milionaria per la morte del figlio. È tutto scritto nero su bianco nella missiva del 24 settembre: Roda voleva riaprire il fascicolo – che evidenzia possibili errori dei tecnici federali – e sperava che le considerazioni fatte dalla Procura sportiva sul caso dell’atleta fossero riviste in chiave differente. Ma prima di andare a fondo, facciamo un piccolo passo indietro.
La narrazione della Fisi
Giovedì scorso la Fisi aveva inviato un comunicato che si riferiva agli articoli pubblicati dal nostro giornale sull’inchiesta archiviata allo stato degli atti. Per la Fisi si trattava di una «indelicata, datata e irrispettosa pubblicazione di asserite notizie, legata alle prossime elezioni (quelle del 10 ottobre, ndr)».
La Fisi scriveva anche che sulla morte di Franzoso «la Federazione ha comunque invitato la Procura federale a svolgere un supplemento di indagini, al fine di tentare di addivenire all’accertamento di ogni e qualsiasi responsabilità ravvisabile in relazione ai fatti occorsi».
Insomma, avevamo scritto di una questione datata, in tempi sospetti e sulla quale la Fisi era la prima a voler fare chiarezza per trovare eventuali errori. Colpe, che se ci fossero state, avrebbero comunque portato Roda «a tutelare i tecnici e la Federazione: se paghiamo la richiesta che fanno loro (i genitori di Franzoso, ndr), domani mattina chiudiamo i battenti».
La nostra scelta
Peccato che la Fisi abbia dimenticato un piccolo dettaglio: la lettera inviata da Flavio Roda alle Procure sportive lo scorso 24 settembre, a soli 16 giorni dalle elezioni. Una lettera di cui il Gruppo Nem è in possesso da ben prima delle elezioni, ma che rivela solo oggi: una scelta convinta, perché l’intento del giornale non era quello di stravolgere le elezioni federali – come esplicitava la narrativa del presidente Fisi –, ma solo di raccontare la verità ai lettori.
Proprio questa lettera ha riacceso i fari sulla questione: insomma, è stato lo stesso Roda ad escludere che la nostra azione possa essere considerata datata. Ma la cosa allarmante è che, in questa missiva, il presidente della Fisi chiede alle Procure, organi autonomi di giustizia sportiva, di incontrarsi per rivedere le argomentazioni del provvedimento di archiviazione, redatto, secondo Roda, spingendosi oltre i doveri dei propri uffici, per evitare guai economici alla Federazione che aveva ricevuto una richiesta di risarcimento danni dalla famiglia del ragazzo.
La lettera del 24 settembre
Ma ecco i passaggi più significativi della lettera inviata da Roda alle Procure, che inizia così: «In data 4 agosto 2026, la scrivente Federazione ha ricevuto, dai legali incaricati dalla famiglia Franzoso, lettera di intimazione e diffida al risarcimento del danno asseritamente subito dai familiari per il decesso di Matteo Franzoso avvenuto in Cile, loc. La Parva, in data 13 settembre 2025, attribuendone responsabilità alla Federazione e richiedendo per l’effetto il pagamento della somma di euro 2.691.634,02».
«L’asserita attribuzione di responsabilità in capo alla Fisi viene sostenuta, dalla famiglia Franzoso tramite i propri legali, esclusivamente sulla scorta di quanto riportato nel provvedimento di archiviazione emesso dalla Procura federale e dalla Procura generale. Tale provvedimento, infatti, nonostante abbia disposto l’archiviazione del procedimento disciplinare attivato a carico di ignoti, contiene affermazioni che attribuiscono apoditticamente la responsabilità dell’accaduto agli operatori della Federazione (e quindi alla Federazione medesima), nonostante tali conclusioni chiaramente esorbitino da qualsiasi competenza ed attribuzione delle predette Procure e, addirittura, risultino espresse in assenza di qualsiasi minimo, valido, effettivo e certo riscontro probatorio».
«Siete andati oltre i poteri»
«In sostanza», prosegue, «a parte la contraddittorietà di tali asserzioni inserite nel provvedimento rispetto all’esito dello stesso (anche solamente sul piano disciplinare), appare che le Procure in indirizzo abbiano operato ultra vires, producendo nel provvedimento di archiviazione argomentazioni ed affermazioni non solo esulanti dalle proprie attribuzioni e competenze, ma addirittura sprovviste di elementi probatori che potessero, in ipotesi, essere coerentemente addotti a sostegno delle gravi ed infondate affermazione rese».
Insomma, per Roda le Procure erano state fin troppo dettagliate nell’espletamento del proprio compito. Tanto da lamentarsi già mesi prima in una lettera inviata il 29 maggio al procuratore federale nella quale Roda sollecitava la riapertura delle indagini non tanto per andare più a fondo, ma con la speranza di alleggerire le accuse in quanto «anche sul piano disciplinare di stretta competenza, sembrava non fossero stati espletati tutti gli accertamenti deputati a chiarire quanto più possibile i principali elementi di fatto e, soprattutto, le ipotetiche infrazioni disciplinari perseguite».
«Che imbarazzo»
«Sebbene si ritenga che ogni dissertazione sul piano dell’individuazione di ipotetiche responsabilità (penalistiche o civilistiche) contenuta nel provvedimento di archiviazione delle suddette Procure non potrebbe esser automaticamente assunta a mezzo di prova nell’ambito del procedimento giudiziario di cui la famiglia Franzoso paventa l’instaurazione nei confronti della Fisi e/o di alcuni propri tesserati», prosegue Roda, «non può escludersi che di quanto statuito nel provvedimento di archiviazione medesimo un giudice possa voler tenere conto. Inoltre, è verosimile che le medesime statuizioni possano generare serie difficoltà anche nel rapporto della Fisi con i propri assicuratori in relazione al rinnovo della copertura “RCT” per la Federazione ed i propri operatori. È pertanto evidente la situazione di imbarazzo e difficoltà nella quale la Federazione viene a trovarsi in conseguenza di quanto riportato ed asserito nel provvedimento di archiviazione, posto ora a base della diffida e delle pretese risarcitorie della famiglia Franzoso, specialmente in quanto, a nostro modo di vedere, non solo le predette asserzioni non potevano essere sviluppate nell’ambito di un procedimento di giustizia sportiva, ma anche perché rese in apparente contrasto con la estrema genericità, lacunosità ed inconferenza di mere affermazioni di soggetti terzi, nemmeno corroborate da alcun serio ed effettivo riscontro probatorio».
«Troviamo una soluzione»
«A tale inconferenza e contraddittorietà del provvedimento di archiviazione sul punto dell’attribuzione di responsabilità», prosegue, «abbiamo fatto generico riferimento anche nella nostra comunicazione di risposta alla diffida della famiglia Franzoso. Si teme tuttavia che da quanto sopra rappresentato possa derivare un grave pregiudizio a carico della Federazione. Ribadito quindi tutto quanto già esposto nella nostra nota alla Procura federale della Fisi in data 29 maggio, chiediamo disponibilità delle suddette Procure ad un confronto in tempi stringenti che possa individuare soluzioni atte a sanare la situazione di potenziale, grave pregiudizio che si profila ingiustamente a carico della Federazione per effetto di quanto contenuto nel richiamato provvedimento di archiviazione».
Ma il Consiglio sapeva di questa lettera?
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