Fuga verso il Friuli per i comuni del Veneto orientale: «Il passaggio offre soltanto vantaggi»
La strada dell’addio al Veneto, però, è lunga e in salita, come sa bene il Comune di Cinto Caomaggiore che nel marzo 2006 ha visto il 91,5 per cento dei votanti al referendum dire sì al Friuli senza ottenere ancora una risposta

In Veneto si sentono marginali, situazione che si è acuita con la nascita della Città metropolitana di Venezia, capace di «drenare risorse lasciando le briciole ai comuni di cintura» e allora ecco, per undici municipi di confine, il richiamo del Friuli, con il quale condividono non solo un pezzo importante di storia e, in alcuni casi, lingua (sette sono friulanofoni) e costumi, ma anche molti servizi, come il tribunale di Pordenone e la diocesi che da Concordia arriva fino alla città del Noncello.
Quando poi alle rivendicazioni storiche e logistiche si aggiunge l’aspetto economico, la nostalgia si fa veemente e diventa un vero e proprio appello a seguire le orme di Sappada, girando le spalle al Veneto per abbracciare il Friuli Venezia Giulia.
Questione di convenienza, almeno è ciò che viene prospettato ai 92.000 cittadini. Perché il confronto tra Veneto e Friuli tracciato dallo studio della fondazione Think Tank Nord Est appare impietoso: passando alla regione autonoma i cittadini degli undici comuni del Veneto orientale ascoltati ieri nella V Commissione del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia pagherebbero meno tasse e avrebbero notevoli vantaggi anche i mutui prima casa, l’edilizia agevolata, l’efficientamento energetico, gli asili nido e, ovviamente, gli sconti carburanti.
La strada dell’addio al Veneto, però, è lunga e in salita, come sa bene il Comune di Cinto Caomaggiore che nel marzo 2006 ha visto il 91,5 per cento dei votanti al referendum dire sì al Friuli senza ottenere ancora una risposta. E sono passati venti anni.
Le istanze
«Per lingua, cultura, lavoro, diocesi e buona parte della sanità siamo già in Friuli Venezia Giulia», ha assicurato il sindaco di Cinto Caomaggiore, Gianluca Falcomer, «quando guardiamo a nord le montagne di riferimento sono le stesse, ogni mattina guardiamo Piancavallo, siamo Friuli ma non lo siamo e la popolazione la pensa allo stesso modo, senza considerare i residenti all’estero i referendum avrebbero avuto tutti lo stesso esito, ma a noi non è bastato nemmeno dire sì. Il Ministero di Giustizia ha saputo vedere più lontano facendoci rientrare nella circoscrizione di Pordenone, cosa che ha consentito di salvare il tribunale che altrimenti non avrebbe avuto i numeri, un perfetto esempio del rapporto reciproco che vorremmo avere perché anche noi possiamo contribuire al Friuli. Il sindaco di Portogruaro, Luigi Toffolo ha sottolineato: «Non si tratta di una scelta di convenienza perché alla base ci sono ragioni storiche, al Friuli manca palesemente un pezzo».
Lo studio
I dati illustrati dal presidente e dal direttore della Fondazione Think Tank, Antonio Ferrarelli e Ruggero Barbiero mostrano che tra il 2002 e il 2024 le iscrizioni anagrafiche dal Friuli Venezia Giulia verso gli undici Comuni (per l’analisi è stato preso in esame Caorle e non Meduna di Livenza) sono state 10.148, mentre le cancellazioni nella direzione opposta sono state 11.913. Il saldo, ha detto il consigliere di FdI, Markus Maurmair che ha organizzato l’audizione «è negativo per 1.765 persone, come se un paese di quasi 1.800 abitanti si fosse trasferito da una regione all’altra. Inoltre nel 2021 sono stati 5.942 i residenti nel Portogruarese che si sono recati a lavorare in Friuli Venezia Giulia, a fronte di 3.932 friulani che hanno compiuto il percorso inverso, con un saldo negativo superiore alle 2.000 persone».
Il confronto riguarda anche i bilanci comunali e, «tra il 2022 e il 2024, nel Portogruarese, senza Caorle e San Michele al Tagliamento, le entrate correnti sono pari a 867 euro per abitante, contro 1.308 nei Comuni friulani di confine del Pordenonese e 1.520 in quelli dell’Udinese. Le spese correnti seguono lo stesso andamento, con 764 euro contro 1.145 e 1.360. La differenza è più marcata per le politiche sociali, per le quali si spendono 154 euro per abitante contro 309 e 416, e riguarda anche istruzione, giovani e sport».
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








