Manganellate agli studenti, l’effetto boomerang sulle piazze

Il commento di Emma Ruzzon, presidente del consiglio delle studentesse e degli studenti dell’Università di Padova: «Mandare in ospedale dei minorenni che stavano in corteo davanti alla propria scuola, sotto le finestre cui stavano affacciati i loro insegnanti, questo no, non ammette scuse»

Emma Ruzzon
Manifestazione dalla Rete degli Studenti Medi "Contro le manganellate e la gestione del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi"
Manifestazione dalla Rete degli Studenti Medi "Contro le manganellate e la gestione del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi"

È noto da sempre, a chi sta nelle piazze, che manganellare studenti che manifestano sia il fallimento della democrazia. Che il Capo dello Stato, nella sua autorevolezza, abbia valutato di ribadirlo in maniera così forte, ha tutto un altro peso.

Che nelle sue parole non si discuta di disordini, problemi gestionali - insomma, di tutti quegli epiteti usati per girare attorno a parole più dirette e responsabilizzanti -, ma che vada dritto al punto, ai manganelli, significa che un limite è stato superato. Superato da un po’ in realtà, ma prima c’erano sempre scusanti: erano violenti, erano a volto coperto, non si sapeva da dove venissero, o si sapeva anche troppo bene. Attenuanti facili.

Ma mandare in ospedale dei minorenni che stavano in corteo davanti alla propria scuola, sotto le finestre cui stavano affacciati i loro insegnanti, questo no, non ammette scuse. Non da chi ha a cuore i valori Costituzionali rappresentati dal Presidente della Repubblica, almeno; perché il Ministro Salvini non ha esitato a ribadire che se si va in piazza diligenti, ordinati e magari pure poco rumorosi, non succede nulla di brutto. In tutti gli altri casi, sembra dire, mi dispiace ma ve la cercate anche un po’. Risulta evidente che questo Governo ha un problema con il dissenso e con i giovani che lo esercitano. Le manifestazioni vanno sedate, le occupazioni punite, i cantanti censurati. Eppure, mi sembra quasi assurdo che non si rendano conto della risposta che stanno generando.

Nel tentativo di reprimere con le botte il conflitto, si percepisce l’odore della paura. Il metro della qualità di una democrazia e di un paese civile si misura anche su quanto ci si possa o meno affidare alle Forze dell’Ordine. Non solo: immaginando che la logica repressiva preveda di colpire qualcuno per spaventare tutti gli altri e portarli a desistere da ogni forma di protesta, quello che sta succedendo è, fortunatamente, il contrario.

Dove studenti sono stati manganellati, la sera stessa a Pisa in cinque mila si sono riversati in piazza. Colpiti i ragazzi, hanno risposto tutti: docenti, genitori, lavoratori, vecchi e adulti, famiglie e non. Tutti insieme. In quella città prima, poi a Roma, a Padova, Venezia, i cittadini - non le singole categorie - sono usciti di casa per andare a manifestare.

Quando colpisci uno che non è da solo non lo spaventi, perché la comunità risponde con ancora più forza. Immagino si aspettassero ancora una generazione disunita, dei ragazzi che fanno un po’ di rumore ma che possono essere messi al loro posto. E invece, nonostante siamo cresciuti a pane e individualismo, l’abbiamo dovuto capire a nostre spese che sta a noi ricostruire quel senso di comunità che era già fuori moda quando iniziavamo a camminare. Ogni singolo cittadino è un presidio, e di questi tempi serve essere in tanti: vedo le maglie stringersi nuovamente dove prima erano sfilacciate, facciamo quindi un nodo ben stretto. Noi sì, con l’autorevolezza di farlo senza nessuna violenza.

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