«Se non accetti il matrimonio ti uccidiamo»: giovane bengalese scappa di casa e chiama la polizia
È accaduto a Trieste: la ragazza è stata raggiunta dalle volanti in largo Roiano e portata al sicuro assieme alla sorella in una struttura protetta

Il matrimonio combinato in Bangladesh e le minacce di morte dei genitori per costringere la figlia alle nozze. E lei, terrorizzata, che fugge in strada chiedendo aiuto alla polizia. Trieste, Roiano: è qui che una volante della questura, mercoledì mattina, è intervenuta in emergenza per soccorrere una giovane donna bengalese che sta rischiando di essere riportata nel suo paese di origine. Sua madre e suo padre, durante un litigio in casa, le hanno detto che l’avrebbero trasferita e uccisa perché rifiuta di sposare un connazionale. Un uomo scelto per lei con l’accordo delle rispettive famiglie. Nei confronti della ragazza, ora, è stata richiesta l’attivazione di un protocollo di sicurezza.
I fatti. Sono circa le 11 di lunedì quando il 112 riceve una chiamato di aiuto. È la ragazza bengalese: in quel momento è a casa assieme alla sorella minorenne nell’alloggio di Roiano in cui vive assieme ai genitori. «Mamma e papà mi obbligano a sposarmi con un uomo», riferisce la donna, impaurita, parlando con la polizia. «Mi vogliono riportare in Bangladesh... mi vogliono ammazzare». Chi è in centrale capisce il pericolo imminente e manda subito sul posto una volante.
La giovane non è da sola nell’appartamento: ci sono la sorella, come detto, e pure i genitori. Non sappiamo esattamente cosa succede in quei minuti. Quel che è certo è che riesce a uscire di casa, probabilmente con una scusa o senza farsi notare, portandosi dietro la sorella. E scappa in strada. A quel punto si avvia velocemente verso largo Roiano per aspettare la polizia con cui si è messa d’accordo.
Poco dopo arriva sul posto una volante della polizia. Gli agenti fanno salire in auto la ragazza e la minore. Le due sorelle vengono accompagnate nell’ufficio denunce della questura. E lei racconta tutto. L’intera vicenda è ora a verbale.
Chiaramente lei e la minorenne non possono tornare a casa: c’è un pericolo concreto per la loro incolumità. Serve dunque un programma di protezione. Che viene attivato. La polizia avvisa anche i carabinieri.
Chi ha avuto modo di vedere e di parlare con le due giovani, in queste ore, sostiene che sono molto scosse.
La questura, in considerazione della delicatezza del caso, preferisce non pronunciarsi e mantiene quindi uno stretto riserbo. I genitori dovrebbero presto essere sentiti.
Non è la prima volta che a Trieste si verifica un fatto del genere. C’è un precedente di altrettanta gravità: l’anno scorso, a giugno, una venticinquenne di origini bengalesi era stata trattenuta e maltrattata in Bangladesh per settimane, contro la sua volontà: i parenti volevano costringerla a sposare un uomo che lei non amava. La giovane, iscritta all’Università di Trieste, aveva poi contattato un professore spiegandogli che non avrebbe potuto seguire il suo corso, a frequenza obbligatoria, perché era «prigioniera». Il docente aveva denunciato la situazione alle autorità triestine, che a loro volta si erano messe in contatto con l’ambasciata italiana a Dacca. La ragazza era stata riportata a Trieste e salvata.
E ora è accaduto di nuovo. Duro il commento di Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega: «Il fanatismo islamico colpisce ancora, violentemente, a casa nostra. Un’altra Saman Abbas mancata, questa volta a Trieste, che mostra il volto di un sistema profondamente incompatibile con le nostre leggi, i nostri valori e la nostra cultura. È il cancro dell’islam più becero, ormai radicato anche nel nostro Paese, che va estirpato senza esitazioni».
D’accordo Nicole Matteoni, deputata e segretaria provinciale di Fdi: «Non tollereremo prevaricazioni, segregazioni o violenze dettate dal fanatismo – afferma – continueremo a batterci con fermezza per contrastare l’oppressione e difendere chi sceglie la libertà».
Così la responsabile regionale migrazioni e sicurezza del Pd Fvg Linda Tomasinsig: «Ringraziamo le forze dell’ordine per il tempestivo intervento e per la riservatezza mantenuta a tutela delle giovani. Sottolineiamo come sia importante si sappia che in casi come questi o simili ci si può rivolgere con la massima fiducia alle autorità, che devono dare protezione».
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