Pahor, il Bo ritrova un tesoro nascosto della cultura europea

Lo scrittore sloveno e triestino Boris Pahor che si laureò a Padova Sotto Paolo Rumiz
Eh sì, è stato giovane anche Boris Pahor: adesso sfiora i cento anni, e non tutti sono stati primavere, ed è un po' più difficile immaginarselo meno canuto e più roseo. Ma solo un po', perché lo spirito è ancora quello di un giovane uomo combattivo e risoluto, in più arricchito da una consapevolezza lungamente coltivata, da una saggezza che per una volta potremmo definire "da grande giovane". Boris Pahor è diventato patrimonio riconosciuto della nostra cultura, quella europea, molto tardi nella sua vita, ma per fortuna non abbastanza lontano nel tempo dalle storie che ha scritto, e ben dentro al nostro tempo: cosicché la sua memoria funziona, come dovrebbe essere per ogni memoria, e si innalza a lezione di vita. Quindi oltre il tempo, valida in ogni epoca e per ciascuno. Lo scrittore sloveno ma triestino (adesso i tempi sono cambiati, ci piace meglio definirlo sloveno e triestino) è un tesoro scoperto con ritardo. Ma dopo che il forziere, nascosto da vicissitudini, confini, pregiudizi è stato aperto, ha brillato subito, mandando lampi che hanno illuminato, con il suo, anche il nostro passato. Quello di italiani, mica sempre e mica tanto "brava gente": quando si era fascisti, quando si sottomettevano brutalmente le minoranze etniche, quando in nome dei fasti di Roma si cancellavano lingue, comunità, uomini. Essere di nazionalità slovena a Trieste negli anni venti non era simpatico, anche se il passaporto era italiano. Non solo il passaporto: anche tutti i doveri, a cominciare dal servizio militare. «Eravamo pulci», ricorda Pahor: ma pulci che dovevano comunque servire una patria imposta. Tempi difficili, per uno sloveno che non era nemmeno tra quegli "italiani ciapai col s-ciopo", come si diceva di triestini e trentini, all'indomani della prima guerra mondiale. Difficili le scelte (stare di qua, stare di là), difficile la vita (la guerra, la deportazione), difficile collocarsi in un mondo per anni ostinatamente ostile. Difficile anche mantenere viva la coscienza dell'identità, sbrigativamente battezzata nazionalismo, quando è innanzitutto memoria. Boris Pahor ha fatto in tempo a veder riconosciuto il proprio valore, che non sta solo nei confini ampi della letteratura, ma è preciso valore storico. Le sue parole asciutte - con la semplicità di esposizione dei grandi - raccontano di un uomo, ma compongono una fotografia precisa di anni e situazioni: fotografano la storia, con una nitidezza diversa da quella delle foto ufficiali, quella dei vincitori o quella degli sconfitti che non vogliono sembrarlo. Fascisti, triestini, italiani, e poi titini, tutti a ritoccare quel lembo di storia che coincide con un lembo di terra, per darne una ricostruzione interessata. Fino ai libri di Pahor. Si diceva che lo scrittore è un tesoro scoperto tardi. La sua vita è diventata "leggibile" solo qualche anno fa, in Italia: semplicemente, non si sapeva chi fosse, e cos'avesse fatto, e perché scrivesse. Non si sapeva, per esempio, che Pahor si era laureato all'Università di Padova. La scoperta del tesoro ha mandato bagliori verso il passato, fino a quel 1947 in cui un non più giovanissimo Pahor (aveva 34 anni) venne cinto dall'alloro accademico per la sua laurea in lettere. Dopo i suoi libri, dopo che quest'omino tranquillamente indomito è diventato un "caso" letterario e intellettuale, il Bo se ne è accorto. E ha voluto partecipare al luccichìo del tesoro: per una onesta paternità, ma anche per mettere il proprio prestigio a disposizione di un uomo di valore. Ci pare di intravvedere una motivazione profonda: non solo l'Università che si fa bella della gloria - passatecelo - di un ex studente; ma l'Università, cioè un'istituzione, che dà corpo ad un riconoscimento, propaga quei valori di cui Pahor è testimone ed alfiere. E' insomma una condivisione: e l'incontro con lui, il 30 maggio scorso in Aula Magna al Bo, ne è stato l'atto pubblico, ufficiale sì, ma soprattutto sentito. Insomma, l'Università non si è fatta bella con Pahor, ma ha colto un'occasione per schierarsi sul fronte della verità, dei diritti civili, dell'etica. Così, non è bastato quell'incontro peraltro pregno di significati. Pahor si è laureato a Padova? Pahor è un grande scrittore? E allora pubblichiamogli la tesi. Non è solo un omaggio, è un altro piccolo pezzo di storia, di Pahor e del Bo, che vede la luce e diventa patrimonio comune. Quella tesi, da oggi, è un libro, pubblicato dalla Padova University Press. E' chiaro che "Espressionismo e neorealismo nella lirica di Edoardo Kocbek" è un lavoro di nicchia. Ma testimonia molto di Pahor: la sua voglia di studente dopo anni di studi raminghi: dava gli esami da militare, non ci fosse stato l'8 settembre si sarebbe laureato nel '43, poi la lunga parentesi come partigiano sloveno e come deportato, infine il sanatorio a Parigi; i suoi contatti con Diego Valeri («un uomo simpaticissimo»); la scelta di una tesi di letteratura slovena, relatore il professore di slavistica Arturo Cronia, un croato italianizzato; ma soprattutto l'inizio di un rapporto con il poeta Edoardo Kobcek, che diventerà sodalizio intellettuale e amicizia profonda. Insomma, una pagina di memoria, che si aggiunge alle altre - successive - scritte da Boris Pahor. Sempre il solito tasto: la memoria, linfa vitale della storia. Talmente forte da riemergere potente anche da parte di chi la vuole negare: il 3 ottobre scorso proprio Pahor è stato il bersaglio di un attacco con scritte neofasciste all'ex Narodni dom (Casa del popolo) slovena a Trieste. Proprio quella che Boris vide bruciare, quando aveva sette anni, incendiata dalle squadre fasciste.
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