Padre aguzzino in cella, picchiava i due figli

Una vita d’inferno in famiglia: il quarantunenne si era accanito anche sulla moglie malata, morta quattro mesi fa

TEOLO. Bastonate, schiaffi e forchettate al collo. E ancora, bastonate a sangue fino a spezzare quell’arma di legno sulla schiena di una donna, 35 anni appena, martoriata dal cancro, provata da una chemioterapia che si è rivelata inutile e già condannata a morire, nonostante lo “scudo” dei figli – un maschio di 15 anni e la sorella di 14 anni – pronti a incassare nuovi ematomi per impedire il massacro dell’amata mamma. Cronaca di un inferno familiare finito con l’arresto di quel picchiatore, padre dei due ragazzi nati in Italia e marito della donna: un albanese di 41 anni, dipendente di un’azienda, residente da anni nella zona di Teolo. Da venerdì scorso è detenuto nella casa circondariale Due Palazzi di Padova. L’accusa? Maltrattamenti aggravati nei confronti dei due figli e della moglie deceduta l’1 luglio.

Sei ottobre 2015, è mattina. Lungo la strada che conduce al cimitero di Teolo, un passante si ferma sbigottito: una ragazza a piedi nudi sta correndo verso l’ingresso del camposanto per andare a piangere, come tante altre volte, sulla tomba della madre (lo racconterà lei stessa più tardi). È agitata. Sconvolta. Corre in avanti e volta di continuo la testa indietro, quasi stesse controllando se qualcuno sia intento a inseguirla. Che cosa succede? L’uomo sente che non può restare indifferente e la mano corre al cellulare per chiamare il 112 dei carabinieri. A tempo di record arriva la pattuglia: il peggio avviene davanti agli uomini dell’Arma. Un’auto affianca la ragazza, scende un 40enne. L’adulto strattona la giovinetta e tenta con la forza di costringerla a salire nell’auto, dove siede un ragazzino, tanto da provocarle lesioni guaribili in una decina di giorni. Inutile. Quando i due adolescenti s’accorgono dei carabinieri, l’istinto è la fuga per gettarsi tra le braccia dei militari: «Non vogliamo tornare a casa... Salvateci». È la fine di un inferno. Sei novembre 2015, un mese più tardi: quell’adulto, classe 1974, è arrestato. Di buon’ora i carabinieri si presentano a casa sua per notificare l’ordinanza di custodia cautelare che lo spedirà dietro le sbarre. Un’ordinanza sollecitata dal pm Roberto Piccione, titolare dell’inchiesta, e firmata dal gip Lara Fortuna. È accusato di maltrattamenti verso i figli ma pure verso la moglie, almeno fino all’1 luglio, data della sua morte. Una moglie vessata, umiliata, picchiata con le mani e con bastoni spaccati sulla schiena nonostante la grave malattia, un tumore che la stava consumando. Una moglie pestata a sangue mentre si sottoponeva alla chemioterapia e il suo fisico, già divorato dal cancro e indebolito dai farmaci, faticava a sopportare il ritmo delle più semplici azioni quotidiane. Appena salvati, i due ragazzi erano subito stati trasferiti in una struttura protetta segreta, lontano dal genitore in attesa degli accertamenti investigativi. Interrogati con l’aiuto di una psicologa, i due fratelli – sotto la tutela del tribunale dei Minori di Venezia che ha nominato un curatore sospendendo la potestà del genitore – avevano ricostruito le violenze che il padre scatenava sulla mamma, dal 2009, per motivi futili: la picchiava con un bastone indifferente al fatto che fosse in chemioterapia (e i colpi non li risparmiavano perché loro cercavano di proteggerla); le lanciava addosso suppellettili e la minacciava con coltelli. Un giorno aveva impugnato una forchetta e l’aveva ferita alla gola. L’1 luglio la morte della donna. Da quel giorno i ragazzi erano diventati gli unici bersagli della furia del padre che, una notte, entrato nella loro camera, aveva gridato alla figlia con un coltello in mano: «Prima o poi, ti sotterrerò insieme a tua madre». Solo una lontana parente avrebbe ricevuto le confidenze dei nipoti sulla pesante situazione.

Il 41enne, per ora almeno, resta in carcere. Nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip Fortuna ha negato ogni addebito. Ma sembra difficile un alleggerimento della misura: tra il 6 ottobre e il 6 novembre ha cercato più volte di contattare al telefono la figlia per sapere dove si trovasse. Secondo l’ordinanza cautelare c’è il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

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