Nutrie, guerra inutile dopo ventidue anni il numero è cresciuto

Sono 190, animati dalle migliori intenzioni, i volontari che la Provincia ha appena formato e che si appresta a schierare nella battaglia per l’eradicazione delle nutrie prevista dal Piano regionale varato ad agosto dell’anno scorso e finanziato con 250 mila euro. I volenterosi non devono far altro che avvisare palazzo Santo Stefano 12 ore prima di uscire di casa, imbracciare il fucile e andare sugli argini a sparare. Servirà? È umano? Ha senso? A queste tre domande le associazioni del fronte protezionista rispondono con tre no. Sparare alle nutrie non serve, anzi è controproducente perché poi si riproducono più rapidamente. Non è per niente umano perché raramente vengono uccise al primo colpo e si ha dunque l’effetto di lasciare in giro animali feriti. E non ha senso perché «i motivi che giustificano il piano di eradicazione somigliano tanto a pretesti».
Sono ventidue anni che la Provincia approva piani contro le nutrie. Nel 1995 (21 aprile, delibera di giunta 816) il presidente Renzo Sacco varava un piano per il controllo numerico delle nutrie. Il Gruppo d’intervento giuridico, attraverso un accesso agli atti - soddisfatto solo parzialmente, perché la mole di documenti è enorme - ha ricostruito i passaggi successivi e quindi la storia di questa (per ora) inutile battaglia: 3.700 nutrie uccise tra il 1996 e il 1997; 40 milioni di lire stanziati per uccisione e cattura di altre nutrie nel 1998; 40 mila nutrie uccise tra il 2002 e il 2008; 40 mila euro spesi nel 2008 per rimborsi ai cacciatori; altre gabbie acquistate e distribuite a Comuni e consorzi di bonifica sempre nel 2008; 50 mila euro di rimborsi dati ai cacciatori nel 2009; altro acquisto di trappole e nuovi rimborsi spese ai cacciatori ancora nel 2009. E poi, negli ultimi anni, con Enoch Soranzo presidente, altre trappole acquistate e distribuite. «Da più di vent’anni», sottolineano quelli del Grig, «si è dato incarico di ammazzare le nutrie alla polizia provinciale, alle guardie venatorie volontarie, alle guardie giurate, agli operatori di vigilanza idraulica, ai forestali, ai gestori dei parchi e delle riserve e poi ai cacciatori, ai proprietari e conduttori dei fondi agricoli e ora anche ai volontari». Tutti quelli che volevano passare al “tiro a segno”, insomma, sono stati autorizzati. Ma con quali risultati è impossibile saperlo. «Abbiamo chiesto alla Provincia l’ultimo censimento delle nutrie», raccontano gli animalisti, «e ci siamo sentiti rispondere che non esiste nessun censimento». Dunque, negli anni, Provincia e Regione hanno speso milioni di euro - nessuno sa quanti - per combattere un nemico di cui si sa poco o niente. E con risultati a dir poco deludenti, visto che il numero di nutrie continua a crescere.
Quello che invece nessuno, in Regione e in Provincia, sembra intenzionato a considerare, è che esiste un’altra strada. Docenti e ricercatori del Dipartimento di Scienze medico veterinarie dell’Università di Parma insieme a quattro illustri veterinari (Cristina Marchetti, Anna Maria Cantoni, Pier Giovanni Bracchi e Attilio Corradi) hanno pubblicato uno studio che ribadisce una tesi largamente considerata fin dal 2006: «L’eradicazione della nutria non è scientificamente prospettabile perché mancano le condizioni ambientali perché questa soluzione possa produrre risultati positivi». Lo studio smonta, un pezzo per volta, tutti i falsi miti sulle nutrie. Per cominciare, non diffondono malattie. Si dice che danneggino le coltivazioni, ma lo studio dimostra che stanno vicine all’acqua, per sfuggire ai predatori, e che semmai sono le coltivazioni a non rispettare le distanze dai corsi d’acqua. Basterebbero fasce boschive di pochi metri tra i fiumi e i campi coltivati per risolvere il problema. Anche i danni agli argini, secondo lo studio, sarebbero un problema marginale perché la forza dei corsi d’acqua incide sulle sponde in modo naturale e molto più consistente di quanto non facciano le nutrie scavando le tane. È invece dimostrato che le campagne di abbattimento scatenano fenomeni di nuove colonizzazioni da parte dei maschi non leader delle nutrie e anticipano la maturità sessuale della specie, rendendo la riproduzione più veloce. «La conclusione», spiegano gli animalisti, «è che i piani di abbattimento comportano spese per milioni, migliaia di animali morti in modo violento e aggravano il problema. La caccia, anche in questo caso, è peggiore del male che vuole fronteggiare». Le soluzioni alternative? Ci sono e costano perfino meno: fasce di rispetto dai corsi d’acqua, tane artificiali e vaccini contraccettivi.
Cristiano Cadoni
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