Coronavirus, a Schiavonia resta l’allerta: ma al Covid Hospital è vuota la metà dei posti letto

MONSELICE. La “recovery room” è l’ampia sala dell’ospedale di Schiavonia in cui, fino a un mese fa, venivano risvegliati i pazienti dopo un intervento. La “sala del risveglio”, oggi, è di fatto diventata una Terapia intensiva. I dieci posti letto sono vuoti e i ventilatori sono spenti. Questo vasto salone, attrezzato in fretta e furia ma fortunatamente inutilizzato, è un po’ il simbolo del Covid Hospital di Schiavonia.
Alla pari di questo reparto, l’ospedale di Schiavonia è stato allestito in tempi da record per fronteggiare il peggiore degli scenari – oltre 300 posti letto per malati di coronavirus – ma in queste ore è occupato per meno della metà. La sanità veneta era pronta al peggio, ma per ora – e si spera anche per il futuro – il peggio non è arrivato.
DA OSPEDALE A COVID HOSPITAL
Ieri mattina il direttore generale dell’Usl 6 Domenico Scibetta, assieme al direttore sanitario Patrizia Benini, al responsabile di struttura Domenico Montemurro e ai direttori dei vari reparti, ha ben illustrato numeri e attività del “Madre Teresa” in questa emergenza. L’ospedale è blindato praticamente dal 21 febbraio, giorno in cui sono stati registrati i primi contagi di pazienti che arrivavano dal cluster di Vo’.
Con l’avvio del piano straordinario della Regione per affrontare l’emergenza coronavirus, in questa struttura sono stati allestiti ben 300 posti letti per soli contagiati da Covid-19. Di questi, 50 sono di Terapia intensiva. Erano 12, prima dell’avvento del virus.
NUMERI CONFORTANTI
I numeri di oggi parlano di un’emergenza ancora in corso ma fortunatamente lontana dai picchi estremi che potevano arrivare nelle peggiori delle ipotesi: al Covid Hospital di Schiavonia ieri pomeriggio erano ricoverati 120 pazienti in Malattie infettive e Terapia subintensiva (di cui quasi metà trattati con ossigeno attraverso mascherine e caschi) e 17 in Terapia intensiva (dunque intubati perché incapaci di respirare autonomamente), «l’ultima spiaggia in cui combattere il virus».
Raramente, in questo ultimo reparto, si è arrivati ad avere più di 35-40 pazienti. Sono peraltro già 137 i pazienti dimessi dal Covid Hospital dallo scorso 21 febbraio, mentre arrivano a quota 7 quelli usciti dalla Terapia intensiva.
«Mediamente un paziente che necessita di Terapia intensiva sta in reparto per tre settimane: era davvero frustrante non vedere miglioramenti e risultati in questo lungo arco di tempo» ha spiegato Fabio Baratto, direttore di Anestesia e Rianimazione e ora responsabile delle cure intensive del Covid Hospital. «Ora che cominciano le dimissioni, cominciamo a vedere che il duro lavoro porta a seri risultati e credetemi, tutto questo fa bene anche al personale che sta lavorando a ritmi serrati da oltre un mese». La situazione attuale è certamente seria - oltre 130 ricoverati non sono pochi, e va ricordato che qui hanno già perso la vita 52 pazienti – ma ben al di sotto delle soglie di massima emergenza. Anche per questo, i 204 posti delll’ex ospedale di Monselice, allestiti per un eventuale sovraffollamento qui Schiavonia, non sono minimamente considerati da Usl e Regione.
RESTA L’ALLERTA
Il “Madre Teresa” continua tuttavia a operare come se l’allerta fosse massima. In queste ore, ad esempio, si stanno allestendo 48 tende di contenimento pressurizzate per la Terapia subintensiva negli ex reparti di Chirurgia e Ortopedia.
I protocolli di sicurezza nella struttura sono applicati alla lettera: dal controllo della temperatura corporea per chi entra al rispetto delle distanze di sicurezza tra operatori, passando per il mantenimento delle 12 tende della Protezione civile montate il 23 febbraio e mai utilizzate.
Un’altra tenda, davanti al Pronto soccorso (oggi Punto di primo intervento), fa da triage per chiunque debba accedere al reparto: il primario Roberta Volpin ha riorganizzato il suo Pronto soccorso dividendo chiaramente l’area in una zona per contagiati o sospetti infetti e in un’altra per tutti gli altri. Diversificati sono pure i percorsi delle ambulanze.
Il “Madre Teresa” è e resta l’ospedale rivoluzionato in due giorni, che ha cambiato radicalmente il volto e la funzione in poche settimane e che da oltre un mese si è preso sulle spalle l’emergenza di un’intera provincia. —
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








