Venti milioni per restaurareil Castello dei Carraresi

Istituzioni pubbliche e private mobilitate per una grande iniziativa di riscoperta  del passato e dell'antico cuore della città.
Ad Andrea Colasio, segretario della commissione Cultura alla Camera dei deputati, calza bene la veste di «cunctator», di temporeggiatore che riesce, con i colpi di mano delle interrogazioni e delle question time, a vincere la battaglia contro la burocrazia ministeriale e a restituire il Castello alla città.

 Ci sono voluti anni per avvicinarsi a questo obiettivo ambizioso, ma oggi il bene, che resta demaniale e quindi appartiene ancora allo Stato come nuda proprietà, è passato dalla competenza del ministero di Grazia e Giustizia a quella dei Beni culturali, fisiologicamente più attenta al recupero del valore storico-artistico.


«Esiste una convenzione», dice il sindaco Flavio Zanonato, «tra Ministero, Comune, Soprintendenza che si estenderà anche ad altri enti per arrivare ad un restauro partecipato, a cantieri aperti, con la possibilità di concertare insieme la funzione di questi spazi, testimonianze preziose di storia e d’arte».

A che punto siamo? Il restauro completo del Castello verrà a costare tra i 15 e i 20 milioni di euro, 8 dei quali sono già stati stanziati. Importante il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Comunque non è stata ancora superata la metà del guado.

In Salone si è alzato il sipario sulla mostra fotografica del Castello Carrarese. Fa parte di una campagna di sensibilizzazione per calare i ponti levatoi e restituire alla città questo massiccio condensato di storia in cui si intrecciano archeologia, arte, architettura.


Il Castello dopo quasi vent’anni, dismesso come carcere nel 1991, era diventato luogo spettrale, metafisico, cumulo di rovine, sporcizia, ragnatele, aveva perso identità e memoria dell’antico splendore, teatro ideale, piuttosto, per un ciak di Dario Argento. Gli otto reportage fotografici esposti nella Sala della Ragione e il libro pubblicato a cura della Fondazione Cariparo, mostrano, come rileva Beatrice Autizi a cui spetta la regìa della mostra, una realtà tenebrosa e sconvolgente, fantasmi vagano nelle tenebre umide umidedelle celle e dei corridoi.

Il sentimento che ha colpito i sette fotografi, non professionisti ma con una curriculum prestigioso, è stato quello dell’angoscia venata di curiosità e con qualche sprazzo romantico: la madonnina ingabbiata, anch’essa prigioniera, le inferriate, i chiavistelli, sono i segni di un’umanità coatta.


Spunta tra le macerie l’immaginario dei detenuti che vagava tra figure femminli e cartoni animati. C’è più luce nel reportage, pure in vetrina, fatto 25 anni fa da Antonio Belluco quando la prigione era ancora aperta, c’è il ritmo della vita carceraria, ma anche qui le tracce di un fulgido medioevo sono nascoste dal velo bianco dello scialbo. Invece i primi passi del recupero del Castello ci hanno già messi di fronte a una straordinaria valenza artistica che brilla nei reperti.

Oltre agli affreschi trecenteschi già noti, oltre allo stupendo carro rosso, marchio araldico dei Carraresi che occupa l’intera volta di una sala, sono affiorati 200 metri di nuove pitture murali di straordinaria bellezza.

«Questo è prova incontrovertibile», dice Autizi, «che il Castello, fortezza ai tempi di Ezzelino, diventa con i Carraresi una seconda corte della Signoria, affine come funzione alla Loggia fatta costruite da Ubertino che Camillo Semenzato descrive come pianta di un’altra stagione e di un altro giardino, strappata ma non sradicata e ancora capace di trasmettere il profumo di una antica pace e l’icona di una lontana bellezza».


«Non solo Colasio», dice il sindaco, «ha avuto l’idea di sbarazzare il Castello dalla damnatio memoriae a cui i veneziani l’avevano condannato, ma non sarebbe bastato un disegno teorico, un’aspirazione, quest’idea l’ha perseguita con ostinazione e intelligenza su un terreno difficile. Ora dobbiamo mettere a punto una fondazione che raccolga le forze vive della città, istituzioni, università, associazioni, cittadini per dare a ogni intervento la sua collocazione in un unico percorso».

«Io penso che il Castello - ha detto l’assessore alla Cultura Monica Balbinot - dovrà essere tante cose proprio per la complessa stratificazione simbolica che lo connota e quindi potrebbe divenire fabbrica della Cultura, Museo della Città, ma vivo, non invetriato in un deposito di cose più o meno belle. Lo vedo come luogo deputato alle grandi mostre d’arte contemporanea, ma anche laboratorio progettuale con la messa in opera di tutte le tecnologie innovative. Questo è importante, ma il primo obiettivo è la restituzione di questo immenso complesso che oggi è ancora nuda pietra al contesto urbanistico cittadino. Si apre un’altra grande piazza monumentale nel cuore di Padova».


I nuovi affreschi mostrano il profilo di una donna, molto bella, sontuosamente agghindata. Non si è ancora riusciti a darle un nome: principessa cararrese o al seguito di Ludovico d’Ungheria? Certo questa figura potrebbe rientrare nelle icone della città, come recupero della memoria.

La grande famiglia dei re di Padova ritorna, un contrappasso della storia dopo l’eccidio consumato dai veneziani che fecero strangolare i due principi nelle segrete del Palazzo Ducale da 13 «homicidari» armati di corde di balestra e cancellarono nomi e simboli dalla pietra. In Salone ci sono ancora i segni abrasi dei carri carraresi.

La sentenza di morte si adeguò alla ragione di Stato per cui «Omo morto nò fà guera».

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