Il castello dei Carraresi rinasce. Domenica l’abbraccio con la città

I lavori finanziati dal governo Prodi stanno dando i primi risulatti positivi
Il Castello è salvo. Un pezzo di città tanto illustre - sede fastosa e salda dei signori di Padova - quanto dimenticata, cancellata dalla memoria della gente, sepolta da una giungla di erbacce, segnata solo dall’effigie del Carro abrasa e scialbata dai veneziani e da quella madonnina ingabbiata nella garitta del grande cortile, ricordo un po’ doloroso, un po’ commovente del lungo passato carcerario, torna a far parte del centro storico e gli dà nuova luce culturale.


«E’ un lascito - dice l’ex deputato Andrea Colasio - che attraverso un’immane fatica di Sisifo durata quasi 10 anni ha espugnato il Castello, demolendo un po’ alla volta barriere burocratiche e intoppi ministeriali - che dal Trecento è approdato fin qui nel terzo millennio attraversando un mare di storia».


Due segnali della riconquista del Castello: il grande convegno in Salone di sabato con studiosi a confronto, ma soprattutto la calata dei ponti levatoi, l’apertura alla gente dei cancelli inchiavardati, domenica 19. Domenica tutta la città è invitata al castello dei principi carraresi e i padovani potranno finalmente vedere il luogo meraviglioso e sicurissimo al di là delle mura che ha ospitato re e poeti, cortigiani e madonne ma ha anche racchiuso nel suo destino a due facce, briganti e grassatori, assassini e detenuti politici. I visitatori saranno accompagnati da volontari del Fai, del Comitato Mura e di Sos Castello. La speranza è che l’afflusso si distribuisca per tutta la giornata evitando le congestioni di metà pomeriggio.


Ieri a far da guida, oltre a Colasio, c’erano Edi Pezzetta della Soprintendenza e i tecnici Francesco Risi e Tiziano Ricciardi. Piano terra a destra: si apre un salone. Ci sono i resti di un gigantesco focolare e alle pareti dipinti ornamentali affrescati. Sono lavori di quadraturisti, pittura minore ma di grande effetto, tutto scialbato, naturalmente, da quei veneziani che nel 1405, conquistata la città, strangolati in carcere i Carrarresi, vogliono cancellarne anche la memoria e distruggono i simboli in Sala dei Giganti a colpi d’alabarda e stendono sipari di malta sopra il carro rosso.


Edi Pezzetta spiega che la scoperta degli affreschi nel corso del restauro ha messo in evidenza che il Castello non fu solo una struttura difensiva ma una vera e propria corte di stampo rinascimentale. Lo vediamo in una sala del primo piano. E’stata un camerone da 20 detenuti, in un angolo c’è ancora la piastrellatura di una doccia. E’ probabile che fossero messi al muro poster di Brigitte Bardot o di qualche coniglietta di Play Boy, quasi un must della restrizione. Ora, abrasa la parete, sono affiorati affreschi del Guariento, come ispirazione e tecnica, che qualificano l’ambiente come sede diplomatica, il luogo dove accogliere autorità d’altri paesi.


E, in effetti, c’è l’araldica di Ludovico re d’Ungheria, grande protettore dei Carraresi; il suo elmo con gli struzzi simbolo d’equilibrio, ci sono anche finissimi profili di donna, c’è un mantello di vaio che fa da arazzo e offre uno sfondo prezioso. «Probabilmente tutti i vani del Castello - dice Edi Pezzetta - erano affrescati, un grande palazzo dipinto. Sappiamo che nel 1890, a causa di un’epidemia di tubercolosi una gran parte delle pareti furono resettate per motivi sanitari». Ma il Castello fu messo nella macina del tempo e solo per un miracolo non ne uscì triturato: alla fine del Settecento l’architetto Danieletti ricopre il Castello di una cipria carceraria che ne cambia la fisionomia; nel 1918 il complesso viene centrato da due bombe austroungariche; poi c’è l’incendio che scoppia nel comparto di cromatura della Rizzato che in carcere assembla l’Atala e il Califfone, le pareti ne sono ancora affumicate.


Ma la sventura maggiore fu il braccio di ferro tra Ministeri e la decisione del Ministero di Grazia e Giustizia (ministro Castelli) di cartolarizzare la struttura, in parole povere di venderla ai privati inserendola nell’elenco di una cinquantina di complessi carcerari allo scopo di rinnovare il patrimonio delle patrie galere. Ma il Castello, protetto dai vincoli della Soprintendenza e dichiarato di pregio storico e architettonico, soprattutto grazie al pressing di Colasio, viene trasferito nella competenza dei Beni culturali. Si raggranellano finanziamenti: 3 milioni e 800 mila euro con la finanziaria del 2002, altri 2 milioni e 700 mila euro stanziati nel 2004, contributi della Fondazione Cariparo.


Il «gruzzolo» è sufficiente a far partire i lavori, lavori urgenti perché il Castello sta per essere ingoiato dall’abbandono. Alla fine degli anni Ottanta la casa di pena si è trasferita in via Due Palazzi e lì dove si assise Francesco il Vecchio e Fina Buzzaccarini restarono solo i topi e le zanzare. L’opera di ricostruzione è andata a rilento anche perché si sono imposti lavori di bonifica dell’inquinamento da cromo sparso dalla fabbrica.


Oggi le coperture sono state quasi ultimate, è stata sistemata un’estensione sconfinata, un ettaro di tetti o giù di lì. La cosa più imponente emerge dall’abbattimento dei divisori eretti all’interno del reparto per la lavorazione delle biciclette: un campo di basket, 80 metri per 15, travi a vista spettacolari. Ne viene fuori uno spicchio espositivo formidabile.


«Molto tempo e molti soldi per mettere a punto questo nuovo, splendido, teatro della città - dice il sindaco Zanonato - io penso che un progetto funzionale alla fondazione che si è costituita possa cominciare ad essere realizzato anche se i lavori non sono del tutto completi. E’ un po’ il sistema che abbiamo usato per il centro culturale Altinate».


Che fare del Castello? Può ospitare pittori alla ricerca di atelier, book shop, ristorante, mostre che presentino l’innovazione della ricerca universitaria, start-up per appassionati di restauro, ma soprattutto un colosso di questo genere (la parte oggetto di restauro è di 50 mila metri cubi) deve entrare nel circuito internazionale delle grandi mostre.

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova