La cena pronta sul tavolo e sangue ovunque

Un testimone: «Il rubinetto del lavandino era ancora aperto, lei non ha fatto in tempo a chiuderlo»

VITTORIO VENETO. «Nella cucina c’era sangue ovunque, una scena orribile». È ancora sotto shock Pietro Peruch, vicino di casa di Raffaello Salvador e di Giacomina Zanchetta.

Ieri all'ora di pranzo ha trovato i loro corpi straziati dai colpi di fucile riversi sul pavimento della cucina della bifamiliare in via del Lavoro 126, a due passi dal passaggio a livello. Primo ad arrivare sulla scena dell'omicidio-suicidio è stato Claudio Zanchetta, fratello della donna uccisa.

Non riuscendo a mettersi in contatto con la famiglia, Claudio aveva deciso di andare a vedere di persona, presagendo qualcosa di brutto. Non aveva le chiavi e così era entrato in casa attraverso una finestra.  Davanti ai suoi occhi si è presentata una scena agghiacciante.

I corpi della coppia erano distesi a terra in un lago di sangue, ai due angoli estremi della cucina.

Giacomina era supina, poco distante dalla tavola ancora apparecchiata. Raffaello era nell'altro angolo, la testa appoggiata al muro, il volto sfigurato, schizzi di sangue ovunque. Sulla tavola c'erano la tovaglia, i piatti, i bicchieri e le posate. Tutto ben apparecchiato, pronto per la cena che Giacomina stava preparando. Le sedie erano al loro posto. Il rubinetto del lavandino era aperto e l'acqua continuava a scorrere dalla sera precedente, dal momento in cui Raffaello aveva fatto fuoco contro la moglie.  Non si sa poi quanto tempo abbia atteso prima del suicidio. I fucili da caccia sono stati trovati nella stanza. Appartenevano al padre dell'ex militare. I vicini non hanno sentito gli spari. Il rumore delle auto e i muri hanno impedito di sentire i colpi.   «Non ho retto che pochi secondi a quella vista», racconta sconvolto Peruch, «non riesco a togliermi dagli occhi tutto quel sangue. Sono uscito e ho fermato i parenti che nel frattempo erano accorsi nella casa. Ho detto loro di non entrare, di non vedere quell'orrore». Raffaello e Giacomina erano sposati da 45 anni. Lui ex militare, lei casalinga. Salvador aveva già prenotato una visita medica per farsi operare l'altro occhio di cataratta, dopo il primo intervento di qualche tempo fa. «Avevo un rapporto buono con loro», dice Pietro Peruch, «sono orgoglioso di averli avuti come vicini. Erano persone onestissime. Nessuno poteva minimamente pensare a una cosa del genere. Non li avevo mai sentiti alzare la voce. Quello che ho visto in quella cucina non lo potrò mai dimenticare».   Eppure l'altra sera Raffaello e Giacomina hanno litigato. Fino a far perdere il controllo al maresciallo in pensione, uomo solitamente inquadrato e taciturno. «Un gesto inspiegabile», dice Claudio Zanchetta, «ho visto mio cognato lunedì ed era tranquillo».

Raffaello Salvador era un uomo schivo, chiuso in se stesso. I conoscenti lo descrivono come possessivo, roso dalla gelosia nei confronti della donna che era sua compagna da una vita e che non gli aveva dato motivi per esserlo. Onesto e rigoroso, un vero soldato insomma, inappuntabile, ma con un tarlo in testa che lo ha fatto uscire di senno. (f.g.)

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova