Un dollaro al giorno nella fabbrica crollata

TREVISO. Facciamo finta di non saperlo. Ma larga parte delle magliette, delle camicie, dei pantaloni che indossiamo vengono prodotti in Bangladesh, paese stretto tra l’India e la Birmania, conosciuto forse solo per un vecchio concerto organizzato da George Harrison.
Il 24 aprile scorso un palazzo di otto piani, alla periferia della capitale Dakka, si è sbriciolato su se stesso. Ospitava cinque fabbriche di vestiti, cinquemila addetti: i morti sono stati milleduecento. Secondo la polizia locale, un ordine di evacuazione sarebbe stato ignorato nonostante, il giorno prima, fossero apparse vistose crepe alle pareti. Ventotto i marchi internazionali coinvolti: dai grandi magazzini El Corte Ingles a Bon Marché, da H&M a Benetton fino a Zara.
Ma in Bangladesh hanno insediato i propri laboratori produttivi gran parte dei capi di abbigliamento i marchi veneti: Calzedonia, Coin, Diesel, Diadora, Benetton. Quest’ultima, dopo due imbarazzate smentite, è stata costretta ad ammettere la sub fornitura di un proprio laboratorio indiano a una delle fabbriche ospitate nel palazzo crollato. Insomma, una figuraccia. Anche perché gli altri marchi, non senza qualche riluttanza, hanno preferito la linea della assoluta trasparenza.
Ma perché tutti i principali marchi dell’abbigliamento mondiale vanno in Bangladesh a produrre le proprie magliette?
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