Un dollaro al giorno nella fabbrica crollata

Nel Paese si producono i maggiori marchi veneti: Diesel, Coin, Diadora Abiti Puliti: «Tra le macerie anche documenti della Manifattura Corona»
A shirt lies in the rubble three days after a Bangladeshi garment eight-storey building collapsed in Savar, on the outskirts of Dhaka, on April 27, 2013. Police arrested two textile bosses over a Bangladeshi factory disaster as the death toll climbed to 332 and distraught relatives lashed out at rescuers trying to detect signs of life. AFP PHOTO/ Munir uz ZAMAN (Photo credit should read MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images)
A shirt lies in the rubble three days after a Bangladeshi garment eight-storey building collapsed in Savar, on the outskirts of Dhaka, on April 27, 2013. Police arrested two textile bosses over a Bangladeshi factory disaster as the death toll climbed to 332 and distraught relatives lashed out at rescuers trying to detect signs of life. AFP PHOTO/ Munir uz ZAMAN (Photo credit should read MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images)

TREVISO. Facciamo finta di non saperlo. Ma larga parte delle magliette, delle camicie, dei pantaloni che indossiamo vengono prodotti in Bangladesh, paese stretto tra l’India e la Birmania, conosciuto forse solo per un vecchio concerto organizzato da George Harrison.

Il 24 aprile scorso un palazzo di otto piani, alla periferia della capitale Dakka, si è sbriciolato su se stesso. Ospitava cinque fabbriche di vestiti, cinquemila addetti: i morti sono stati milleduecento. Secondo la polizia locale, un ordine di evacuazione sarebbe stato ignorato nonostante, il giorno prima, fossero apparse vistose crepe alle pareti. Ventotto i marchi internazionali coinvolti: dai grandi magazzini El Corte Ingles a Bon Marché, da H&M a Benetton fino a Zara.

Ma in Bangladesh hanno insediato i propri laboratori produttivi gran parte dei capi di abbigliamento i marchi veneti: Calzedonia, Coin, Diesel, Diadora, Benetton. Quest’ultima, dopo due imbarazzate smentite, è stata costretta ad ammettere la sub fornitura di un proprio laboratorio indiano a una delle fabbriche ospitate nel palazzo crollato. Insomma, una figuraccia. Anche perché gli altri marchi, non senza qualche riluttanza, hanno preferito la linea della assoluta trasparenza.

Ma perché tutti i principali marchi dell’abbigliamento mondiale vanno in Bangladesh a produrre le proprie magliette?

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