Cibo, sprecati 18 miliardi Il patto dei mille sindaci

PADOVA. Cambiare stile di vita e sprecare meno cibo perché in pattumiera ogni anno finisce lo 0,96% del Pil: 17-18 miliardi di euro, più o meno quanto gli italiani hanno pagato di Imu nel 2012. Tagliare gli sprechi e aiutare «quel 6% di famiglie italiane che si trovano in condizioni di disagio alimentare e faticano a mettere insieme il pranzo con la cena: si tratta di milioni di persone delle aree sociali più povere» sorrette dal grande circuito di solidarietà della Caritas e delle mense popolari. A parlare è Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo economico, che ha voluto essere al fianco del movimento «Mille sindaci» ieri a Padova per la «Green week». «Ho firmato la «Carta spreco zero», un decalogo di impegni che invita il Parlamento Ue ad azioni concrete. Dobbiamo trovare un nuovo modello di vita per uscire da una crisi profondissima che ha ridotto del 10% i consumi alimentari. Purtroppo da una parte si spreca e dall’altra si soffre il disagio da povertà: la politica deve ridurre tale squilibrio», ha detto Zanonato, che poi ha citato il nuovo saggio di Andrea Segrè Vivere a spreco zero. «Nei Paesi in via di sviluppo lo spreco si colloca all’inizio della filiera, nelle nostre società sta soprattutto nel frigorifero di casa e secondo stime della Commissione Ue si può ridurre del 60%» ha spiegato il ministro. «Carta Spreco Zero ci aiuta a ottimizzare le risorse: dobbiamo tornare a un’economia circolare, quella ripercorsa nel saggio del professor Segrè, perché in natura non esistono scarti né disoccupati e tutto è utile».
Poi Zanonato prima di partire per Roma, dove ha avviato la trattativa sui 616 licenziamenti chiesti dalla Thyssen, ha risposto ai giornalisti: che ne sarà dell’aumento dell’Iva previsto a luglio, con effetti disastrosi sui bilanci delle famiglie povere per il rincaro dei prezzi? «L’aumento è stato deciso dal precedente governo Monti, noi lo troviamo già operativo. Per toglierlo serve una legge: un punto di Iva sono 4 miliardi e si sta vedendo se riusciamo a trovarli da un’altra parte».
Nessuno azzarda previsioni. Il movimento dei «sindaci-antispreco» ha imparato a far quadrare i bilanci dei Comuni anche sotto la scure dei tagli di Monti e per dirla con le parole di Roberto Cosolini, che nella sua Trieste ha tenuto a battesimo il movimento nel 2012, «tocca a noi ridare credibilità alla politica. Il governo e le istituzioni sono lontane dai problemi reali, mentre i sindaci ogni giorno fanno i conti con chi vive nell’inquietudine della miseria. La mia Trieste è diventata un caso nazionale perché un’anziana è stata sorpresa a rubare un petto di pollo: aveva finito i soldi della pensione e ha subito una grandissima umiliazione».
Ma come si può ridurre lo spreco? Da un’indagine su 2 mila persone condotta dalla Swg di Trieste in collaborazione con Last Minute Market, emerge che « il 42% degli sprechi alimentari avviene a livello domestico: insomma, 76kg procapite l’anno di frutta, verdura, uova, formaggio, pasta e carne finiscono in pattumiera per errori dei consumatori». Bisogna cambiare stile di vita e il 54% del campione interpellato ritiene «gravissimo» buttare al macero ciò che non si conserva bene nella dispensa. Ma perché si persevera nell’errore? La colpa è del «consumismo» per il 20% degli interpellati; per carenza culturale-educativa (18%), eccessivo benessere (16%), pigrizia e incapacità a gestire il bilancio familiare (11%).
Il circuito perverso si può fermare? L’unica ricetta è il riciclo-solidale. Ivo Rossi, neo sindaco-supplente di Padova, ha spiegato che il cibo raccolto dalle mense scolastiche viene regalato alla cucine popolari della Diocesi, mentre a Bologna i pasti non consumati negli ospedali vengono portati alla Caritas. Dopo aver cavalcato la battaglia del federalismo, ora i sindaci sono pronti a giocare la scommessa dell’ educazione alimentare. Il traguardo è fissato: in Africa si sprecano 11 kg l’anno procapite di cibo contro i 180 dell’Ue. In mezzo c’è un mare di povertà, come dice Papa Francesco.
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