Caporalato nei campi anche nel Veneto

PADOVA. Gli invisibili agli occhi hanno la pelle nera, gialla od olivastra. Spesso, le loro compagne vivono lo spettro della prostituzione. I loro figli quello dell’abbandono scolastico. Sono migliaia le vittime del caporalato agricolo, lo sfruttamento della manodopera usata nella raccolta della frutta e della verdura nei principali mercati agricoli nazionali. Un fenomeno che tocca anche il Veneto, come denunciato dal rapporto «Agromafie e caporalato» presentato ieri mattina a Roma dalla Flai Cgil, il sindacato dei lavoratori dell’agricoltura, che segnala situazioni di «grave sfruttamento» e «condizioni indecenti» anche nelle estensioni agricole e nelle imprese agricole del Veronese, del Padovano e del Trevigiano.
Non solo dunque gli schiavi di Rossano Calabro e della Terra dei fuochi ma anche gli apparenti fiorenti mercati ortofrutticoli dei nostri capoluoghi. Secondo il rapporto, giunto alla sua seconda edizione, il fenomeno del sfruttamento lavorativo e del caporalato in agricoltura coinvolge 18 regioni e 99 province, praticamente tutta Italia. Il peso della illegalità e dell’infiltrazione mafiosa nell’intero settore, stimato dalla Direzione Nazionale Antimafia, è di 12,5 miliardi di euro. I terreni a destinazione agricola sottratti ai clan sono 2.245 in tutta Italia, cui vanno aggiunti 362 terreni con fabbricati rurali e 269 terreni edificabili. Le imprese agricole sottoposte a misure di prevenzione sono 6.623. Secondo le stime della Cgil i lavoratori che in Italia trovano lavoro attraverso i caporali sono circa 400 mila, concentrati prevalentemente al Sud. Il crescente interesse dei media sul fenomeno ha fatto crescere in numero e qualità le inchieste giudiziarie e le operazioni di polizia, portando all’individuazione di ben 355 caporali, di cui 281 solo durante il 2013, da Nord a Sud. Gli epicentri dello sfruttamento della manodopera sono 80. Nel rapporto vengono citati i capoluoghi veneti di Verona, Vicenza, Padova e Treviso. Attorno alla filiera ortofrutticola, a seconda delle stagioni, si registra un traffico di manodopera tutt’altro che dignitosamente pagata. In primavera, attorno al nodo di Soave, c’è l’importazione di manodopera sfruttata dall’Est Europa. D’estate, oltre a Verona, compaiono i nomi di Padova e Treviso con la manodopera meridionale. D’autunno ancora Verona importa manodopera dall’Est Europa e Padova e Treviso dal Sud. D’inverno, infine, è Vicenza che registra l’importazione di manodopera da Est europeo, Balcani e Nord Africa. Chiunque lavori in condizioni di sfruttamento in agricoltura percepisce un salario inferiore del 50 per cento quello legale: una giornata di lavoro vale dai 25 ai 30 euro, ma può durare fino a dodici ore: meno di tre euro l’ora. Non bastasse: i caporali, che gestiscono la raccolta e il trasporto dei lavoratori dall’alba al tramonto, richiedono una tassa per il trasporto di 5 euro e pretendono d’estate un euro e mezzo per un litro d’acqua. Insomma, un inferno invisibile agli occhi, ma che suona come un pugno nello stomaco della nostra società.
Daniele Ferrazza
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