«Pavan staffetta per arrivare alle armi»

PIOMBINO DESE. Il crocevia delle armi era tra il Veneto e il Friuli, dove si erano stabiliti i contatti giusti con i Balcani, principale mercato di approvvigionamento. Gli investigatori che hanno firmato l’operazione Aquila Nera, che ha portato in carcere quattordici neofascisti e indagato altre trenta persone in tutta Italia, hanno chiesto ai magistrati di anticipare gli arresti perché il capo dell’organizzazione di estrema destra, l’ex sottoufficiale dei carabinieri Stefano Manni, era sul punto di acquistare una partita di armi con cui concretizzare il suo folle disegno criminale.
Uno degli «spalloni» sarebbe stato, secondo l’ordinanza di custodia cautelare, proprio il padovano Marco Pavan, poco più che trentenne, agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Piombino Dese. Ma dalle intercettazione emerge poco più che una solida fede di estrema destra: tutta da dimostrare la sua capacità organizzativa. Il capo Stefano Manni tuttavia, si fida di lui e ci parla al telefono diverse volte e lo invita alle riunioni organizzative. È proprio il leader dell’organizzazione che gli chiede di fare da tramite con il friulano Franco Grespi, incaricato di procurare i contatti per le armi, perchè teme di essere intercettato. L’impressione è che il giovane di Piombino Dese sia caduto dentro a un gioco molto più grande di lui. Un ruolo da staffetta, insomma, reclutato per scopi esecutivi e al quale il leader chiese anche di partecipare a una spedizione punitiva nei confronti di Loredana Bianconi, considerata una spia: «Andiamo io tu e Loris» dice Stefano Manni durante una conversazione telefonica con Marco Pavan. Il quale avrebbe però avuto solo il compito di filmare «l’avvertimento». Un ruolo marginale, insomma, che tuttavia non gli ha evitato gli arresti domiciliari. Nelle prossime ore il giovane padovano sarà sottoposto all’interrogatorio di garanzia, per rogatoria, presso una stazione dei carabinieri del Padovano. Per adesso è difeso da un legale d’ufficio, ma nelle prossime ore dovrebbe scegliere un avvocato di fiducia.
Proprio la pista delle armi, quella che porta in Slovenia, è particolarmente considerata dagli investigatori. La preoccupazione che l’organizzazione neofascista potesse mettere le mani su armi ed esplosivi era particolarmente forte. Proprio per questo i Ros hanno anticipato il blitz. Anche se uno degli appartenenti all’organizzazione spiega, nel febbraio scorso: «Ci sono venti persone sparse per tutta l’Italia delle quali potersi fidare» dicono gli indagati. E i carabinieri spiegano: «La gente disponibile ci sarebbe e le armi starebbero arrivando ma fino a quando non si hanno le persone di fiducia le armi non hanno intenzione di farle arrivare».
L’aspetto organizzativo era allo stadio preliminare: la galassia neofascista è un arcipelago frastagliato e sgangherato, spesso in feroce lotta al proprio interno. Assomiglia in un certo senso al mondo dei separatisti: e proprio il collegamento con eventuali altri movimenti «border line» è attualmente oggetto di indagini, anche nel Veneto. Gli ex forconi e i separatisti sono costantemente monitorati dai carabinieri del Ros.
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