Mion: "Sì alla fusione Popolare Vicenza-Veneto Banca"

Nostra intervista con il presidente di BpVi: "Due banche che insistono sullo stesso territorio non hanno senso"
Gianni Mion
Gianni Mion

MILANO. «Io mi dichiaro sempre preoccupato», esordisce Gianni Mion, «rientra nel mio lavoro, perché solo così si anticipano i problemi e si possono risolvere. E adesso sono preoccupato perché bisogna trovare la strada giusta per Banca Popolare di Vicenza». La diagnosi del presidente è precisa: Bpvi ha deluso gli azionisti, la raccolta è diminuita ma c’è potenziale per uscirne. Il nodo è come. Il primo passo è il nuovo piano industriale, pronto a settimane: taglio a filiali e personale, ridefinizione del perimetro con possibile vendita di Banca Nuova, Nem Sgr, quadri e immobili. Poi serve un progetto veneto e, per Mion, la via è la fusione con Veneto Banca. L'alternativa potrebbe essere amara e, in una metafora che traspone Bpvi alla Costa Concordia, potrebbe portare alla rottamazione.

Presidente, anni fa due advisor differenti formularono ipotesi per il futuro dei due istituti, una di queste prevedeva la fusione tra le due banche. È uno scenario ancora praticabile?

«Due banche che insistono su uno stesso territorio non hanno senso. Ora in un contesto di riduzione dei costi e di specializzazione mi sembra la soluzione più ovvia».

Siete facilitati dall’avere un azionista unico e comune.

«Il compito di questo azionista è trovarne uno più stabile. Atlante ha portato la nave a galleggiare, ora serve un socio che la conduca in mare aperto e non al cantiere di smantellamento».

Che tempi prevede?

«Rapidi, perché c’è poco tempo. È possibile che la Bce, ad un certo punto, ponga il problema dei vincoli di capitale e quindi richieda nuovo capitale e sarebbe devastante fare un aumento solo perché lo chiede la Bce e non perché c'è un piano con una visione solida. Atlante ha disincagliato questa banca, come la nave Concordia, e ora ha anche l'opportunità di far nascere una banca triveneta con una quota di mercato significativa. Fino a poco tempo fa, la Bce non era favorevole a questa fusione, ma le cose cambiano».

Lei e il presidente di Veneto Banca Anselmi ne parlate?

«Di questo parlo con l’ad Iorio, se potessi mettere insieme Bpvi, Veneto Banca e Antonveneta sarebbe il massimo e credo ci sarebbero dei fondi, anche di private equity che, una volta risolto il problema della redditività, potrebbero essere interessati. Molto dipenderà anche dai sindacati e dal fatto che siano consapevoli che c'è un problema occupazionale, ma anche di prospettiva futura».

Per recuperare fiducia e reputazione, avete valutato un cambio del nome?

«Il nome Vicenza è ancora importante, ma sembra che i vicentini non siano più orgogliosi della loro banca. Sarà un processo lungo».

L’azionista Atlante aveva proposto alcune misure per fare “pace sociale” con i vecchi azionisti. Dato che il warrant, come avete affermato, sarà percorribile solo in fase di aumento di capitale o quotazione, quindi non immediatamente, quando avvierete i promessi tavoli di conciliazione?

«I tavoli di conciliazione si faranno. Stiamo operando una segmentazione azionista per azionista, per essere nelle condizioni di incontrarli. Tutto fa pensare che tutto questo lavoro sia pronto per fine ottobre. Stiamo parlando di 200 mila soggetti».

Basteranno i 230 milioni messi a riserva per le litigation?

«Più di tanto non possiamo dare».

Avete pensato a una dismissione di parte del patrimonio? Sedi, quadri, beni di lusso?

«Stiamo lavorando per alienare sedi, immobili, quadri, patrimonio artistico».

La Banca ha una collezione pregiata di dipinti, inclusi Bellini e Tintoretto…

«Stiamo valutando anche quella, ma molti quadri sono vincolati. Sotheby's sta verificando tutto e venderemo ciò che è valorizzabile. Il resto lo metteremo a reddito: se un museo vorrà un dipinto, ce lo faremo pagare».

Multa Antitrust, su che basi farete ricorso?

«Nessuno vuole contestare, ma siamo sicuri che chi ha fatto il mutuo è stato forzato a comprare azioni o pensava di fare un affare? Alle assemblee quando Zonin mostrava l'andamento del titolo e il confronto con le altre quotazioni bancarie, perché nessuno ha chiesto cosa aveva di speciale Bpvi per andare così bene?».

Questa domanda non se l'è fatta neanche il cda. Oggi emergono profili di responsabilità. A che punto siete con l'azione di responsabilità?

«Stiamo lavorando attivamente. A breve avremo un incontro con tutti gli avvocati». Qualche responsabilità ce l'ha avuta anche qualche soggetto vigilante esterno? «Le istituzioni vanno sempre rispettate ma può darsi che in passato ci sia stata superficialità».

La banca deve ora tornare a fare reddito e a settimane presenterete il nuovo Piano industriale. Da una parte la lima dei costi, dall’altra come farete reddito?

«Nelle banche, per tanti anni, si è guardato allo stato patrimoniale, ora dobbiamo tornare al conto economico. Il nostro è buono e non solo per gli accantonamenti. È una questione di rapporto costi/ricavi».

Ci spiega perché nella nuova Bpvi esiste ancora un consiglio in Banca Nuova di vecchia espressione e in Sicilia il presidente è ancora colui che fece il vice a Gianni Zonin? Ci riferiamo a Marino Breganze.

«Il professor Breganze ha già messo a disposizione la sua carica. Adesso dobbiamo capire cosa fare. Ci sono manifestazioni di interesse per Banca Nuova, nelle more del Piano dobbiamo capire se tenerla o valorizzarla in altro modo».

C'è interesse anche per altre banche o società prodotto nel perimetro di Gruppo?

«Oggi c'è interesse anche per Nem Sgr. I nostri progetti di vendita saranno trasparenti e seguiranno un processo competitivo con la massima garanzia: quella di realizzare il massimo prezzo possibile».

Cosa sa lei oggi del piano Power Point, quello che ai primi di settembre sarebbe stato visionato da Atlante per la vendita delle due banche (Bpvi e Veneto Banca) a diversi fondi stranieri tra cui Atlas?

«Non l’abbiamo visionato, sappiamo quello che dicono i giornali».

Dopo il recesso di Cattolica, avete promesso ricorso. Cosa volete portare a casa da questo scontro?

«Quel recesso per noi non è giustificato. Ora bisogna essere pronti alla rottura e prepararsi delle alternative. Se c'è ancora possibilità di un accordo meglio, ma abbiamo già altre manifestazioni di interesse».

Chiederete la trasformazione di Cattolica in Spa, per valorizzare la quota del 15%?

«Non possiamo indurre la trasformazione in Spa, anche se sarebbe interessante per tutti. La banca ha fatto storicamente un investimento importante, ma ora abbiamo incorporato una minusvalenza».

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