«Il dialetto veneto a scuola si può insegnare»

Daniela Beltrame, sovrintendente del Veneto, dà il via libera alla legge regionale sul bilinguismo

VENEZIA. Martedì 29 novembre il consiglio regionale è convocato per approvare il pdl 116 che vorrebbe spalancare le porte all’insegnamento del dialetto veneto a scuola e coronare così il sogno inseguito 40 anni fa da Franco Rocchetta, Marilena Marin e Achille Tramarin, (tutti e tre poi eletti in Parlamento) cresciuti alla scuola del professor Manlio Cortelazzo.

La proposta approdata in aula nasce dai sindaci di Resana, Segusino, santa Lucia di Piave e Grantorto e la I commissione di palazzo Ferro Fini l’ha votata in gran velocità e ora otterrà il via libera.

Resta il problema: il dialetto si può insegnare come bilinguismo alla pari dell’inglese, tedesco e francese? Chi paga i corsi per una “koinè” che tutti imparano nell’infanzia? Ancora: chi deciderà quali sono i docenti di dialetto? In attesa di ottenere risposte precise, ieri è arrivato il via libera da Daniela Beltrame, secondo cui l’eventuale introduzione per legge del dialetto veneto a scuola non sarebbe vista come un problema dall’Ufficio regionale scolastico. Resta da capire cosa dirà il ministro Stefania Giannini, che è docente di linguistica.

Ecco il dizionario Veneto-Italiano da scarsèa

«Se, come già avviene per la lingua friulana o per il ladino, l'occitano, il catalano, l'albanese, il sardo, una legge nazionale o regionale introducesse lo studio, accanto alle altre lingue straniere, anche del dialetto veneto nelle scuole, ciò sarebbe un valore aggiunto e non un peso per le scuole e per gli alunni» afferma la Beltrame.

«Il discorso non va posto in termini di contrapposizioni o di priorità tra lingue, quelle più usate e quelle meno usate, quelle più importanti a livello commerciale e comunicativo mondiale e quelle meno, ma va assunta nella prospettiva plurilinguistica, in aderenza alle Raccomandazioni Europee, ai principi a cui tutta l’azione del ministero dell'Istruzione in questi anni si è ispirata, ritenendo che le diversità linguistiche siano un elemento di democrazia e di rispetto dell'identità culturale delle persone. L’integrazione nell’offerta formativa delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dell’uso e della conoscenza di una lingua minoritaria, nel rispetto della scelta delle famiglie di avvalersi o no del relativo insegnamento» conclude la Beltrame, «non rappresenterebbe un aggravio ma un’opportunità di arricchimento formativo e di sviluppo cognitivo per tutti gli alunni, come sostenuto dalle ricerche internazionali di psicolinguistica e di sociolinguistica».

Dicono i sacri testi universitari che il “veneto” è figlio del latino e la sua grammatica, sintassi e grafia sono molto vicine all’italiano, mentre il sardo e il friulano no e quindi hanno rango di lingue autonome. L’insegnamento a scuola può certamente essere utile per integrare all’asilo e alle elementari gli immigrati nati in Italia che a casa con i genitori parlano l’arabo, l’indiano e l’albanese mentre a scuola si trovano compagni veneti dialettofoni perché non sanno l’italiano. Così l’integrazione sarà più rapida e completa.

 

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova