Addio a Tramarin, padre della Liga veneta

Il docente liceale di Padova morto a 70 anni, nel 1980 fondò il "partito del leon" con Marilena Marin
Achille Tramarin in una foto recente. Nel riquadro quando era parlamentare nel 1983
Achille Tramarin in una foto recente. Nel riquadro quando era parlamentare nel 1983

PADOVA «Siòr marìgo, siùri deputai de’l Stado Talian». Chissà a che altezza schizzarono le folte sopracciglia di Oddo Biasini, repubblicano romagnolo, presidente di turno della Camera, quando, nell’estate del 1983, Achille Tramarin, padovano, primo deputato della Liga Veneta, intervenne nel dibattito sulla fiducia al governo Craxi, pronunciano il suo discorso in lingua veneta. Un vero choc per l’aula di Montecitorio.

«Onorevole Tramarin, mi consenta», fu costretto a interromperlo Biasini, «questo è il Parlamento della Repubblica e si parla in italiano. O lei parla in italiano o sono costretto a toglierle la parola». Appellandosi al trattato di Helsinki e definendo la lingua veneta «un insostituibile patrimonio della civiltà europea», il professor Tramarin, docente di Storia dell’Arte, dovette arrendersi: «Signor presidente, signori deputati». Così come, giovedì sera, a Padova, si è arreso a un male inesorabile. Il prossimo 12 agosto avrebbe compiuto settantun anni.

Ma torniamo a quell’estate del 1983. Il 26-27 giugno erano stati 125. 311 i veneti (ovvero lo 0. 34%) che avevano dato fiducia alla Liga Veneta, catapultando a Roma il professor Tramarin. A Graziano Girardi, commerciante di Montebelluna, bastarono 91. 171 consensi (lo 0, 29%) per diventare senatore. Intanto i lumbard di Umberto Bossi, che si erano alleati con la Lista per Trieste, restavano a bocca asciutta. Il professor Tramarin, che insieme a Franco Rocchetta frequentava i corsi di dialettologia del professor Manlio Cortelazzo, si era già ritagliato un posticino nella storia tre anni prima, il 16 gennaio 1980, un mercoledì, allorché, dinanzi al notaio Giovanni Battista Todeschini, sottoscrisse, con altre tredici persone (tra loro Marilena Marin, ma non Franco Rocchetta) l’atto costitutivo della Liga Veneta e lo statuto della neonata associazione, condensato in 25 articoli. Il progetto puntava a «realizzare un effettivo autogoverno del Veneto per vie democratiche al fine di favorire le reali aspirazioni dei veneti nel quadro di un’Europa unita dei popoli». Come emblema della Liga fu scelto il «Leòn alato d’oro con a lato il libro recante la scritta paxe su campo azzurro e la scritta “Veneto” sottostante».

Nel 1983 Tramarin fu schierato come capolista in Veneto 1 e venne eletto. Qualche mese, Rocchetta, eletto segretario della Liga Veneta, gli chiese di farsi da parte. Ma il deputato padovano si rifiutò e venne espulso. La vicenda si è trascinata per decenni. All’inizio del 2013 Tramarin ha puntato il dito sull’ex sottosegretario agli Esteri del primo governo Berlusconi: «Mi ha cacciato solo per una questione di sedie». E Rocchetta non ha rinunciato alla replica: «Non è vero, la decisione non l’ho presa io ma tutta la direzione del partito. Le cariche elettive dovevano essere a rotazione. La Liga non fu costola di un movimento o di una fazione, ma forza popolare animata dai meccanismi di federalismo e solidarietà repubblicana».

Ma la vita non è fatta solo di politica. Tanti dei suoi studenti lo ricordano sui social con gratitudine. E non è certo passata inosservata la sua attività, svolta con grande discrezione, come volontario alla cucina dei poveri della parrocchia del Sacro Cuore, sempre nella città del Santo. E sempre in parrocchia, con la moglie Francesca, l’onorevole Tramarin ha svolto un apprezzato servizio di lettorato per proclamare la Parola di Dio durante le liturgie. Ieri lo hanno salutato anche alcuni amici venetisti, passati attraverso una diaspora infinita che si riconosce sempre nel Leone di San Marco. Albert Gardin, che nell’ottobre 2016 è stato eletto 121° Doge della Serenissima, lo definisce «un patriota che ha fatto la sua parte nella liberazione della patria veneta».

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