«Il referendum del Veneto? Inutile e di pura propaganda»

L’ex sindaco di Torino rincara la dose: dopo il voto del 4 dicembre scorso le riforme istituzionali si sono fermate, un errore le dimissioni di Renzi 
Outgoing Turin Mayor and center-left Democratic Party (PD) Turin mayoral candidate, Piero Fassino, speaks during a press conference at the end of his electoral campaign in Turin, northern Italy, 17 June 2016. The second round of voting of Italy's municipal elections will be held on 19 June. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO
Outgoing Turin Mayor and center-left Democratic Party (PD) Turin mayoral candidate, Piero Fassino, speaks during a press conference at the end of his electoral campaign in Turin, northern Italy, 17 June 2016. The second round of voting of Italy's municipal elections will be held on 19 June. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO
VENEZIA. «Quelli che hanno fatto votare no al referendum del 4 dicembre dovrebbero pentirsi. Da allora il sistema è bloccato, il quadro politico è regredito. I sondaggi danno i tre poli alla pari e il rischio di ingovernabilità è grande». Un «renziano di sinistra», con una lunga storia politica alle spalle, un grande senso delle istituzioni e dello Stato. Che ha scelto di restare nel Pd senza rinunciare alla sua storia di uomo della sinistra. Piero Fassino, 68 anni, è stato uno dei rappresentanti di spicco del Pci, poi Pds, Ds. Ex sindaco di Torino, ministro degli Esteri e della Giustizia, per sette anni segretario nazionale dei Ds che fece poi confluire nel Pd, il nuovo soggetto politico battezzato da Veltroni.


Lei è pentito di quella scelta visto quello che è successo dopo?


«Ma nemmeno per sogno. Le ragioni che dieci anni fa ci convinsero a dar vita a un nuovo soggetto politico europeo sono oggi più vive che mai. Ci conforta il fatto che in Europa tutti i grandi partiti socialisti abbiano seguito la nostra strada».


Fassino era ieri sera a Mestre al Festival della Politica a parlare di scenari internazionali con Massimo Cacciari. Inevitabile la domanda sul futuro del Veneto alle prese con il referendum sull’autonomia.


Cosa ne pensa del referendum del 22 ottobre promosso dalla Regione e dal suo governatore Luca Zaia?


«È come chiedere se si vuole bene alla mamma. È difficile dire di no. È chiaro che le Regioni debbano avere maggiori poteri. Se si fosse approvata la riforma costituzionale del centrosinistra, oggi quei poteri ci sarebbero già, visto che si prevedeva la modifica della Conferenza Stato-Regioni e un Senato delle Regioni. Peraltro già oggi, dopo la riforma del titolo V, è possibile da parte delle Regioni virtuose avere maggiore autonomia».


Allora perché non va bene il referendum di Zaia?


«Perché è solo una mossa propagandistica. Quel voto non avrà alcuna ricaduta immediata. E poi il quesito come dicevo è assolutamente generico. Bisogna fare cose serie».


Ma di riforme e di federalismo non si parla più.


«Dopo il referendum del 4 dicembre il dibattito istituzionale è bloccato. E il quadro è complicato. Abbiamo tre poli, Grillo, Berlusconi e la Lega e il centrosinistra che viaggiano intorno al 25 per cento dei voti. Nessuno potrà avere una maggioranza autosufficiente per poter governare nella prossima legislatura».


Cosa succederà?


«Stiamo andando verso una situazione spagnola, di stallo assoluto».


Quindi servono alleanze...


«È stato un errore far bocciare il referendum del 4 dicembre sapendo quello che sarebbe successo».


Lei non è pentito di aver seguito Renzi in quella avventura?


«Semmai, ripeto, dovrebbero pentirsi quelli che hanno fatto votare no».


Si riferisce ai suoi ex compagni di partito, oggi in Mdp?


«Berlusconi, Salvini e Grillo si sapeva che erano contrari. Ma la sinistra ha sbagliato. Hanno una grande responsabilità. Per fare dispetto a Renzi hanno tradito gli elettori, che erano chiamati a votare sulla riforma e non sul governo. Poi hanno bloccato il sistema».


Si va verso una ricucitura? Difficile che il Pd possa vincere da solo le elezioni.


«Sa, per fare i matrimoni bisogna essere in due. Vedo da Giuliano Pisapia e altri di quello schieramento la consapevolezza che bisogna trovare una strada comune, pur mantenendo idee diverse. Da altre parti emerge una tendenza al suicidio».


Non sarà che il Pd è un prodotto artificiale che non ha più senso?


«Quando abbiamo fatto nascere il Pd non era per una questione opportunistica, per rifare i Ds sotto mentite spoglie e lasciare tutto come prima. Qualcuno forse credeva questo, noi invece volevamo creare qualcosa di nuovo, andare oltre le storie degli anni Novanta e le ideologìe».


Dunque quel progetto non è fallito?


«No. Se guardo alla ragioni che hanno fatto nascere il Pd oggi sono più forti che mai: cambiare il sistema politico, creare una grane forza europea riformista e moderna. Da qui dobbiamo ripartire per completare le riforme».




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