Il libro nero della Lega: in un libro i 49 milioni del tesoro padano

La truffa milionaria ai danni degli italiani, le alleanze con personaggi impresentabili al Sud, le trame opache sullo scacchiere internazionale. Che fine hanno fatto i 49 milioni di euro della truffa sui rimborsi elettorali architettata da Umberto Bossi e Francesco Belsito?
Perché Matteo Salvini mente quando dice di non aver mai visto un euro di quel tesoro? Chi sono i nuovi finanziatori del partito oggi? E ancora, come mai il ministro dell’Interno per sfondare al Sud si è circondato di personaggi equivoci, riciclati, ex fascisti, condannati, indagati e con parentele su cui pesa il sospetto di contiguità con la mafia? Quali segreti si celano dietro le alleanze strette dal leader della Lega con Vladimir Putin e Donald Trump?
Un libro inchiesta che svela per la prima volta le trame finanziarie e politiche del partito del ministro dell’Interno. Il libro nero della Lega è una coraggiosa ricostruzione basata anche su importanti documenti fin qui inediti.
Qui sotto un estratto del primo capitolo sui 49 milioni della truffa, il paragrafo è titolato così:
Anche Salvini ha usato i soldi della truffa
Abbiamo già detto dei soldi sporchi della truffa lasciati in cassa da Bossi e Belsito e usati da Maroni. A fine 2013, cioè al termine del mandato da segretario, Bobo ha ritirato 12,9 milioni di euro. Ora resta da capire che cosa ha fatto Salvini. Si comporta diversamente da Maroni? No, a cambiare sono solo le cifre. A metà dicembre del 2013 Matteo viene eletto segretario del partito. L’inchiesta sui rimborsi intanto va avanti, e a giugno del 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio: i magistrati chiedono il processo per Bossi.
Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820 mila euro di rimborsi per le elezioni regionali
del 2010. Perché allora il segretario della Lega e ministro dell’Interno ha sostenuto di non aver mai visto quei soldi? E se li ha visti e usati, come poteva non sapere che erano frutto di truffa?
Due mesi dopo aver ritirato quel denaro, Salvini e la Lega si costituiscono infatti parte civile contro i compagni di partito. Si sentono vittime di un imbroglio, di una truffa che ha sfregiato il vessillo padano. E vogliono giustamente essere risarciti. La nuova dirigenza è dunque consapevole della truffa avvenuta sotto la gestione di Bossi. Ma il 27 ottobre, solo venti giorni dopo essersi costituiti parte civile, Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.
La sostanza però non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì. «Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato», si legge nella missiva con la quale la vecchia guardia lancia un messaggio chiaro al nuovo gruppo dirigente: voi ci accusate di aver rubato quattrini, allora sappiate che i soldi che avete in cassa sono il profitto della truffa, e usarli vuol dire diventare complici del reato. Ricettazione.
C’è poi un’altra questione difficile da capire, una scelta che sembra contraddittoria. Riguarda la costituzione di parte civile. Come abbiamo ricordato, Salvini l’ha ritirata motivando così la scelta davanti ai media: «Non abbiamo né tempo né soldi per cercare di recuperare soldi che certa gente non ha».
I documenti che pubblichiamo in questo libro certificano però che la Lega aveva già speso diversi milioni di euro per pagare gli avvocati dello studio Aiello, quelli che stavano preparando la costituzione di parte civile contro Bossi e Belsito. E allora perché non andare fino in fondo, visto che l’investimento era già stato fatto? Davvero curioso l’atteggiamento del segretario, che solo un mese dopo essersi dichiarato vittima della truffa targata Bossi-Belsito, fa marcia indietro.
La ritirata strategica dalla parte civile non è un fatto secondario. È per certi versi dirimente. Come mai lo stesso trattamento non è stato riservato alla Margherita? Perché anche al partito che fu di Renzi e Gentiloni i giudici non sequestrarono i soldi della truffa? La domanda è stata proposta più volte in questi mesi su giornali e social network. Perché Luigi Lusi, ex tesoriere del partito guidato da Francesco Rutelli, è stato protagonista di vicende molto simili a quelle di Bossi e Belsito, avvenute peraltro negli stessi anni e raccontate da «L’Espresso» con diverse copertine esclusive.
In sostanza Lusi si era intascato parecchi milioni di euro frutto dei rimborsi elettorali, eppure i giudici non hanno sequestrato i soldi al partito. Il motivo sta tutto in una formuletta giuridica: costituzione di parte civile. Mentre la Margherita aveva infatti chiesto i danni a Lusi, ottenendo come conseguenza la restituzione del tesoro, la Lega di Salvini ha scelto di non farlo con Bossi e Belsito.
Ricordate le parole di Salvini? «Sarebbe uno spreco di tempo e soldi ». Forse non aveva fatto bene i calcoli: la maledizione della truffa è ricaduta infatti anche sull’attuale partito, il quale non solo non otterrà alcun risarcimento ma – se la sentenza sulla truffa verrà confermata anche in Cassazione – dovrà restituire il maltolto.
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