Il Veneto e Piazza Fontana

Una storia di sangue e di tenebra collega il Veneto a Piazza Fontana. La bomba che esplode alle 16.37 del 12 dicembre 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano e che farà infine 17 morti e decine di feriti e imprimerà una svolta cupa, feroce, alla storia d’Italia della seconda metà del ’900, viene preparata con l’esplosivo custodito in un casolare di Paese, in provincia di Treviso, la “santabarbara” della cellula veneta di Ordine Nuovo, il gruppo neofascista responsabile di questa e di altre stragi infami.

La bomba, poi, arriva a Mestre il 7 dicembre, dove viene visionata dall’armiere del gruppo, Carlo Digilio, transita quella notte stessa per Padova, dove viene trasbordata in un’auto più sicura di quella, poco affidabile, con cui era arrivata da Mestre, e parte infine per Milano insieme all’altra, destinata alla Banca Commerciale di Piazza della Scala (che per fortuna non esploderà). In un luogo abbastanza vicino sia a Piazza Fontana che a Piazza della Scala, probabilmente un ufficio in Corso Vittorio Emanuele II, le bombe vengono confezionate e innescate. Poi, gli stragisti s’incamminano verso gli obiettivi.

Quello che entra nella banca di Piazza Fontana è un veneto, uno di Mestre, o, secondo un’ipotesi recente, uno di Verona. Gli altri, almeno una decina, rappresentanti di tutte le cellule che fanno capo a Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Maria Maggi insieme con i basisti milanesi del gruppo La Fenice, concorrono al risultato: la strage più efferata dal dopoguerra e una delle peggiori del secolo.

Pensata e organizzata nel triangolo metropolitano tra Venezia – Mestre, Padova e Treviso, con cruciali propaggini nelle basi militari statunitensi e della Nato vicentine e veronesi, è il punto di svolta di una strategia lungamente coltivata, in un crescendo che, a partire da attentati minori si è via via avvicinato al 12 dicembre, accumulando esperienza e abilità terroristica ed esprimendo una sempre maggiore determinazione: costi quel che costi, bisogna fermare l’avanzata dei movimenti sociali, sindacali e politici che sembrano favorire un’alternativa di sinistra nella guida del paese e, nel contesto della guerra fredda di allora, mettere in discussione l’equilibrio geopolitico uscito dalla seconda guerra mondiale.

Questa strategia, che punta a una tensione stabilizzatrice in chiave moderata, condivisa da vasti settori politici, militari, economico-finanziari, trova in gruppi neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale le punte di lancia principali. Il gruppo veneto è quello più deciso ad andare fino in fondo, a trascinare l’Italia su quello che verrà chiamato “un sentiero di spine” e che porterà agli anni “di piombo e di tritolo”.

Epicentro della strategia stragista, il Veneto è anche il luogo che per primo la vede denunciata e contrastata. Capisce tutto il commissario di polizia Pasquale Juliano, che già nella primavera del ’69 è a Padova sulle tracce di Freda e camerati. Viene fermato dai superiori, complici dei fascisti, e costretto a lasciare la polizia (un suo testimone, Alberto Muraro, coraggioso ex carabiniere, viene ucciso prima che ne possa confermare le ipotesi). Se lo avessero ascoltato, avrebbe impedito la strage. Oggi Juliano andrebbe ricordato più degnamente, ad esempio dedicandogli un luogo significativo (magari la sala stampa) della Questura di Padova in cui ha lavorato con tanto rigore.

A Treviso, Guido Lorenzon denuncia ciò che sa di Ventura, e cioè che è implicato nella strage Piazza Fontana. Ne passerà di ogni tipo, per questo, ma resisterà nella sua testimonianza (oggi è anche un racconto teatrale, scritto con Daniele Ferrazza, che tutti dovrebbero ascoltare). Sempre nel Veneto iniziano le prime indagini sulla pista giusta, ad opera di magistrati come Stiz e Calogero, accompagnate da inchieste di giornalisti che non hanno smesso di scavare nella storia. È la terra di molti stragisti – quasi tutti sfuggiti alla giustizia – il Veneto, ma è anche la terra di chi non ha avuto e non ha paura di cercare verità e giustizia. Neanche oggi. —

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